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24 febbraio 2011

Ultimo tango a Kitaj Gorod

Vengo presentato a due loschi figuri: questa era la sorpresa annunciata, non puttane d'alta classe, ma due talebani in carne ed ossa. C'è un saudita, di nome Sultan, magro come un giunco, sui vent'anni, slanciato e giovanile, dal volto simpatico e dai capelli setolosi, ed il compagno di camera, Said l'iraniano, di età ignota ma potenzialmente sopra i trenta, vestito come un ingegnere sudato appena uscito dalla palestra, basso, tarchiato, pacioso, dai capelli unti e dagli occhi che si aprivano come lanterne non appena vedeva passare una femmina, occhi bianchi e giganti, come un pesce palla. Un iraniano ed un saudita: stento a crederci. Neppure nel migliore dei miei sogni. Mi vengono in mente un sacco di domande da fare al buon Said, ma decido di aspettare un attimo... ci voleva un minimo di confidenza, prima.

03 febbraio 2011

Pokemon caucasici e strani modi di bere cocktails

Scendemmo per un sottoscala. Uno di quelli che crederesti che esistono solo nei filmacci americani. Oramai eravamo così su di giri che non ci avremmo tanto badato neppure se fossimo entrati in una macelleria islamica. Tatjana aprì la porta: un mare di nebbia ci arrivò dritto fino alle narici, che se mettevo il braccio davanti a me non sarei riuscito a contarmi le dita. A me questi locali sprovvisti delle più basilari norme di sicurezza, dove la legge 626 è pura utopia, dove se se scoppia un incendio si muore irrimediabilmente tutti, son sempre piaciuti un sacco, per cui un gioviale sorriso di piacere si dipinse sul mio volto. Girava musica jazz in sottofondo, ma il fumo imperante impediva di capire se ci fosse una band in carne ed ossa o se fosse musica registrata: sui divanetti, strane figure dalle sembianze umane si intrecciavano con solerzia, roteando mani e volti come dei Don Chisciotte impazziti.

01 febbraio 2011

Catarsi

Senza mollare un secondo l'Iphone, Tatjana ci raggiunse, scambiò due baci con Mark, solo con lui, e ci fece cenno di seguirla e noi, ipnotizzati come le vittime del mostro di Rostov, non ce lo facemmo ripetere due volte. Camminammo per qualche metro, per poi scendere nel sottopassaggio che ci avrebbe portato sulla Manezhnaja, in direzione Tverskaja. Il sottopassaggio era carico di fumi di piscio e di vecchi alcolizzati che urlavano qualcosa di incomprensibile, aprendo a fatica le loro bocche sdentate: Tatjana rispondeva con cenni della mano, oppure staccava un secondo l'Iphone dall'orecchio, lo copriva con il palmo della sinistra e nel frattempo sparava qualche imprecazione in russo che incredibilmente riusciva sempre a trasformare quegli ubriaconi in cagnolini silenziosi. Io le ero a fianco, mentre gli altri due stavano dietro di noi, perché, pur avendo un chiaro debole per l'americano, la nostra Tatjana era ancora letteralmente schifata dal fatto che i miei due amici parlassero tre parole in croce di russo.

13 gennaio 2011

Pulsioni di morte ed erezioni divine

(continua da qui)

   Al mattino seguente, con qualche difficoltà, andammo a scuola. Comprare i biglietti per il tram è sempre una bella impresa, se chi li vende, memore di una mentalità prettamente sovietica, è ben poco interessato al suo guadagno personale. Ricordo fuori dall'edificio un'armata di vietnamiti che pareva di essere nel golfo di Tonchino, un'intera distesa di musi gialli ci scrutava attentamente, come formichine addestrate, ognuno con la propria brava borsettina di pelle nera che faceva sfigurare la mia penna ed il mio quadernetto infilati alla rinfusa nel taschino dei jeans. 

28 dicembre 2010

Tamponamento mancato nei cessi e conseguente ritorno a casa

Dopo essersi abbondantemente strusciata sull'imberbe pacco dell'americano, la giovane Tatjana ritorna da noi. Temo che ci imponga di bere un'altra terribile vodka-redbull, ma in realtà non succede, no, la nostra Kilye Minogue pare aver fatto la sua scelta, e non sono io, e ci mancherebbe altro, e non è il Maestroni, ma è il buon Mark. Bene, penso io, che lo ammazzi pure, d'altronde si sa che fra russi ed americani non corre buon sangue, ed una volta versato il suo, chissà mai che mossa da pietà non decida di salvare la pelle di noi giovani inetti italiani.

Mi pare ancora di vedere le sue gambe accavallate su quello sgabello nero, e quel suo modo nevrotico di tirar fuori il cellulare dalla pochette di vernice.

26 dicembre 2010

The Tunnel

 Prendemmo la Tverskaja, in direzione ancora ignota. Pressati come tre acciughe del Mar Baltico, guardavamo fuori dai finestrini, i nostri nasi semitici, premuti contro il vetro, non dovevamo essere un bello spettacolo per i passanti sui marciapiedi.

11 dicembre 2010

Tatjana ed il frocio

Arrivano le due di notte, l'ora fatale, il Real, che nel weekend è un inferno senza un preciso orario di chiusura, al Giovedì, per qualche oscura ragione a noi ignota, chiude anticipatamente: le luci si accendono, la musica si spegne, le reti da pesca vengono tirate a riva, e pare che tutti, qui, andando a casa, si faranno una bella mangiata di salmone, ed i più fortunati ci aggiungeranno una spruzzata di caviale del Volga - mentre noi, stranamente, ci mangeremo a malapena un pezzo di pane nero di due settimane fa, e d'altronde, con queste facce qua, ma dove cazzo vogliamo andare? La nostra puzza di sfiga arriva fino ad Irkutsk.
<< And now? >> spara a gran voce il noto cantante Mark Simon.
<< And now, che cazzo ne so... Mae, è chiusa la metro, vero? Ah, sì, merda, chiudeva un'ora fa. Che palle. Non ho voglia di prendere un taxi, costan troppo quei bastardi kazaki, cristo! >>
 << And now, and now...>>
Bum! Inaspettata come la prima mestruazione per una novizia gesuita, ecco che attacca bottone un'incantevole angelo di un metro e di un cazzo, che, stretta in un delizioso tubino nero che mette in risalto i suoi capienti meloni gonfi, forse attratta dalla nostra sofisticatissima conversazione in inglese, ci chiede da dove proveniamo. Espletate queste basilari funzioni di circostanza, durante le quali la Russia intera ha potuto notare tre violentissimi alzabandiera nei meandri di lana dei mutandoni dei nostri prodi conquistatori, il Cardinetti chiede informazioni su come e dove possa proseguire la bella serata. Ed è proprio in quel momento che compare sulla scena il cosiddetto "il frocio", un bizzarro ometto magro come un cencio e dai capelli biondi come fieno che, nonostante sia alto il doppio di Tatjana, cerca di nascondersi dietro di lei, come un cagnolino vergognoso che ha appena fatto la pipì in soggiorno. I due cianciano a velocità irreali: il pallino del discorso è sempre tenuto in mano da Tatjana, non appena il frocio vorrebbe dir qualcosa, questa Kylie Minogue slava alza gli occhi al cielo e sbatte forte il piede destro, al che il frocio abbassa le orecchie e ci manca poco che non si metta a guaire - una donna con le palle, questa Tatjana! Occhio, bamboccioni, questa vi succhia via ogni linfa vitale!
<< Parlate russo? Chi parla russo? Così così? [occhi al cielo], Dio, ma cosa venite a fare in Russia se parlate così male? Ma cosa mi interessa... Sì, sì, è ancora presto, andiamocene via, vi porto io in un bel posto, ho voglia di ballare e di bere qualcosa... questo posto è solo per papponi cinquantenni in cerca di una moglie, non sentite che puzza? Non veniteci più. Vi porto io ora in un bel posto... ma davvero non parlate russo? [occhi al cielo] Ah... andiamo, via di qua, prendiamo un taxi... e no, tu no, Boris, tu non sali con noi, non ti voglio fra i piedi, prendine un altro, ci troviamo là... Dio, non si respira qua dentro... >>
Agli ordini padrona, bau bau!