13 gennaio 2011

Pulsioni di morte ed erezioni divine

(continua da qui)

   Al mattino seguente, con qualche difficoltà, andammo a scuola. Comprare i biglietti per il tram è sempre una bella impresa, se chi li vende, memore di una mentalità prettamente sovietica, è ben poco interessato al suo guadagno personale. Ricordo fuori dall'edificio un'armata di vietnamiti che pareva di essere nel golfo di Tonchino, un'intera distesa di musi gialli ci scrutava attentamente, come formichine addestrate, ognuno con la propria brava borsettina di pelle nera che faceva sfigurare la mia penna ed il mio quadernetto infilati alla rinfusa nel taschino dei jeans. 
Venni infilato in una classe dove, ovviamente, non vi era traccia di alcun esemplare con il cromosoma XX, se non per l'insegnante, una rubizza, fosforescente e pienotta signora di Stalingrado. I miei compagni erano tutti, o per la maggior parte, musulmani. Era un bene: io mi trovo a meraviglia, con i musulmani. Sono brave persone. 
Aprire il quaderno, scrivere nel quaderno, ascoltare la radio, scrivere nel quaderno le cose ascoltate nella radio, chiudere il quaderno, ripetere quello scritto nel quaderno, guardare l'orologio, riaprire il quaderno, parlare con Nina, scrivere nel quaderno, guardare l'orologio: il tempo non è relativo, in realtà non scorre mai, è solo un circolo. 

   Pausa pranzo: ci sono talmente tanti cacariso qui, che pure la stolovaja serve cibo cinese. A me il cibo cinese piace perché è piccante, ed anche perché mi ricorda i bei tempi passati in Estonia quando facevo il viveur a portare le donne al Tsink Plekk Pang a mangiare primo, secondo, antipasto, vodka cinese e pezzi di gambe della figlia del proprietario. C'era anche una pietanza denominata Mao Tse Tung favourite meal, che credo sia il miglior nome mai affibbiato a qualcosa da mangiare. Lo prese Mark, una volta, anche se del compagno Mao, nel piatto, in realtà c'era solo un sottile retrogusto.

Cade la sera: le nuvole sono enormi come cazzotti. Fuori mi aspetta il Maestroni: ha massaggiato le gambe di qualche oligarca stamattina e ci ha fatto un sacco di rubli. Gambe di seta, mai viste nulla di simili, mi raccomanda.

Tornammo quindi al MGU. Mark era già in camera sua da un pezzo. E' lui che aveva il numero di Tatjana, ed ora è il momento fatale: dobbiamo chiamarla per fissare l'appuntamento per stasera. 
Il gran balletto del pessimismo cosmico ha inizio: figuriamoci se quella era davvero interessata a noi, a noi, gente che puzziamo di sfiga lontano un miglio e che vediamo organi genitali femminili solamente se prima vengono copiosamente innaffiati d'alcol, figuriamoci. Ma poi quella! Quella Tatjana, quel formato in scala ridotta, ma con le proporzioni perfettamente mantenute, di tutte quelle creature virtuali di cui ci può innamorare solo su Youporn! Impossibile, ragazzi miei.
Per non farla alterare già in partenza, si decide che sia io a chiamarla, sperando che la fluente parlantina dostoevskijana del mio russo calmi il suo spirito turbolento: compongo il numero, ma non risponde. E ti pareva. Un'altra da mettere nella lista di quelle che pur di non aver più a che fare con gentaglia come noi, spediscono la SIM in un sojuz.
Passarono minuti. Tesi complottistiche e compatimenti da vedove siciliane a fiumi. Fumi di sigaretta, atmosfera da assassinio di Trotzkij. Squilla il telefono! E' Tatjana. Rispondo. Rumori di fondo, molto difficile da capire. Sta tornando adesso dal lavoro, è in metropolitana. Alle 10 davanti alla statua del generale Zhukov? Fingo di pensarci, ma non sono mai stato bravo in queste cose: sì, credo che ci saremo. Ok. Mi molla il telefono come se fossi un testimone di Geova.

   Le ore che ci separano dalle 10 passano lente come nel Miglio Verde. Fra quintali di gel, canotte della salute, camicie spiegazzate, assenze di ferro da stiro, servizi di Barbara D'Urso sui pericoli notturni, raccomandazioni materne di non parlare con gli sconosciuti, ciondolini vari, il tempo scorre rapido come durante una spiegazione del genitivo plurale. Decidiamo comunque di uscire un po' prima, magari un caffè lì vicino, una sigaretta, qualcosa, qualcosa, che sarà mai? A breve moriremo, ci taglierà a pezzettini, coleremo grasso fuso come bei maialini, perché aveva una guida in inglese di Mosca, ieri? Occhi attenti e ben aperti, ragazzi, saremo pure degli sfigatoni senza macchia, ma ne deve passare di acqua sotto ai punti per permettere ad un tappo del genere di farla a degli intelligentoni come noi!

   Nove e mezza: siamo già qua. Che sfigati. Mai che faccia ritardo una volta quando serve, quella cazzo di metro. Fumiamo nervosamente le nostre sigarette fatte col catrame racimolato da qualche strada di provincia: ne gustiamo, tossendo come appestati indiani, ogni copeca. Dieci rubli a pacchetto, sì e no, quaranta centesimi. Ci guardiamo attorno, ignari del fatto che sembriamo tre bambini che si perdono al parco giochi e non sanno dove cercare i propri genitori. Il mondo intero pare avercela con noi: siamo circondati da gruppetti di caucasici scuri come il catrame che fumiamo e tutti, tutti, tutti, ci guardano, ci scrutano, ci perlustrano, con i loro occhi affamati di fame e le loro sopracciglia più pesanti del catrame che continuiamo a fumare:  ma l'idea che il mio omicidio servirà a racimolare gli organi per far tornare in vita qualche mutilato di Astana mi ridona coraggio e mi muove quasi alle lacrime.

   Come la bambina vestita di rosso di quel film di Spielberg, con dieci minuti di ritardo, vediamo comparire la nostra Tatjana, interamente vestita di bianco, dagli stivaloni smaltati,  alle calze a rete, al tubino che la avviluppa con fatica: pare un cherubino cacciato dal cielo perché lo faceva diventare duro a Dio stesso.

   Perdemmo le rispettive dentiere e le residue speranze di uscire vivi da quella notte.


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