09 febbraio 2011

La celeberrima sparizione del Cardinetti, part.1


Volai di corsa al MGU, presi il regalo datomi da mia madre ed arrivai incredibilmente puntuale davanti alla statua di Pushkin. Aleksandr era fermo immobile in mezzo alla piazza e mi guardava in modo strano. Faceva un caldo terribile. Aleksandr sembrava muoversi dal suo piedistallo. Aleksandr si muoveva. Strabuzzai gli occhi. Non so come feci a non buttarmi nella fontana. .

Anna arrivò con mezz'ora di ritardo. Solitamente mi fanno girare i coglioni le persone in ritardo, ma quel giorno no: avevo le visioni ed ero inspiegabilmente di buon umore. Mi pareva di essere ubriaco senza aver bevuto praticamente nulla. Ed in effetti devo aver letto da qualche parte che le sbronze migliori sono quelle che si raggiungono senza alcol: occorre solamente spingersi a capofitto in una direzione, ad esempio non dormire per quarantotto ore, oppure non alzarsi dal letto per tre giorni interi, oppure bere quattordici litri di acqua, e così via. Ci si può ubriacare di tutto, di vino, di donne, di poesia, è sempre un piacere.

Apparì con un vestito bianco, uno di quelli un po' larghi e svolazzanti che – non sono un esperto, ma azzardo – usano le donne leggermente in sovrappeso. Lo so che si dice che il nero snellisce, ma secondo me anche certi vestiti bianchi lo fanno. Questa Anna, comunque, appariva molto più in carne rispetto alle foto che mi erano state mostrare: doveva essere l'alcol che le stava lentamente distruggendo le membra, poverina.

<< Eh-eh-eh, ma devi essere tu Claudio! Ma che ca-a-a-rino che sei, tutto uguale a tua madre! >> Proruppe lei, baciandomi con voluttà. Il suo abbraccio mi confermò che era proprio una bella prosciuttona.
<< Anche tu sei molto bella, Anna! E che bellissimo vestito che hai! >> Ero sincero, almeno per quanto riguarda il vestito. Sulla sua bellezza non sapevo ancora, dovevo osservarla meglio, ma nel dubbio è sempre meglio fare un complimento in più che uno in meno, almeno credo.

Pensai bene di sbolognarmi subito del regalo: ne fu contentissima, o almeno, così è quello che mi diede a vedere. Con mia grande sorpresa, anche lei aveva un regalo per mia madre, e ciò significava che dovevo passare tutta la giornata con in mano qualcosa: era una situazione molto brutta, sia da vedere che da pensare. In seguito scoprì che il suo regalo era stato evidentemente preparato al momento ed alla rinfusa dopo che io le avevo comunicato per telefono che ne avevo uno per lei, ma quel che conta è il pensiero, no, e poi erano faccende di mia madre, a me poco importava.

Percorremmo giù la Tverskaja fino alla stazione di Teatralnaja. Lì prendemmo la verde in direzione Brateevo. << Ti porto in un posto splen-di-do, mio caaaaro Claudio! >> mi disse Anna, sempre sorridente e giuliva. Ero molto contento: non ero mai stato nella zona sud con la metro verde. Era una linea che ogni tanto sgorgava in superficie, per poi ributtarsi a capofitto nelle oscurità della terra: pareva di essere sulle montagne russe. L'unico problema era che avevo sempre questo regalo fra le gambe che sembrava stessi covando un uovo. Pensavo che se la mia compagna si fosse girata un secondo, avrei potuto buttarlo fuori dal finestrino. Non era un'idea stupida dopotutto. Ero sicuro che non se ne sarebbe neppure accorta.

Ricordo che sulla metro potei parlare. Mi chiese come andavano le cose a casa. Io le raccontavo a grandi linee ed un po' a ritroso, anche perché sapeva già qualcosa, e nel frattempo le studiavo gli occhi: sì, aveva degli occhi buoni... e non era neppure bruttina. Aveva uno strano viso allungato, sulla quale spiccava un naso ladygaghiano. Sì, col senno di poi direi proprio che aveva qualcosa di Lady Gaga, questa Anna Tudanova. La cosa che meno mi piacevano di lei erano i capelli, che erano di un castano spento e senz'anima, ma in generale, era una donna con il suo perché, non priva di un certo grado di fascino.
<< Ma è vero che leggi Tolstoj, Dostoevskij, e tutta quella gente lì? >> Mi domandò lei, cacciandomi le sbardelle indagatrici in faccia.
Per qualche motivo trovai la domanda un po' imbarazzante. Risposi sì di malavoglia.
<< Oh-oh-oh, ma è davvero fantastico! Ma li leggi in lingua originale? >>
<< See, buonanotte... In lingua originale non saprei neppure leggergli il numero delle scarpe >>
Scoppiò a ridere come una bomba atomica. Tutte le persone del vagone si voltarono verso di noi: io avevo ancora quest'uovo di un regalo fra le gambe e parevo Buddha. E poi non faceva neppure così ridere quella cosa del numero delle scarpe.
<< Seriamente, è fantastico... sai, è così strano per me che uno straniero legga i nostri autori e gran parte dei russi stessi non li abbia mai letto... è strano, non trovi? >>
<< Sìsì, E' strano. Dev'essere per lo stesso motivo per cui io sono a Mosca ma non sono mai stato a Roma, per dire. >>
E giù altre risate, tintinnanti come una lavatrice rotta. Quest'Anna trovava divertente ogni minchiata che sparassi.

Arrivammo alla fermata di Tsaritsino.
<< Scendi, su, su, di corsa! >> mi afferrò per la mano e mi trascinò fuori. Tutte quelle confidenze e tutto quel contatto fisico dopo pochi minuti dicevano una sola cosa: la gallinella era già innamorata, non c'era scampo. Don Juan Cardinettos De La Mancha aveva colpito ancora una volta.
<< La conosci, Tsaritsino? E' una specie di Versailles russa, venne costruita nel sedicesimo secolo... o era nel diciassettesimo? Ah, non importa, ah-ah, che stupida, scusami! Non pensare male, su! Mi pare riguardasse Boris Godunov... sìsì, lui c'entra di sicuro nella faccenda! Vedrai che meraviglia! Ci sono un sacco di spose, e di fontane me-ra-vi-glio-se, credimi! Andiamo, andiamo, veloce! Dio, come sei lento! >>
Subito fuori dalla metro ci stava un cancello che delimitava uno spazio davvero infinito di verde, fino all'orizzonte. Anche l'aria sapeva di diverso.
<< Sai, caaaaro Claudio, questo è il posto preferito per i moscoviti per venire a fare pic-nic e cose di questo genere... anche per limonare, certo, ah-ah! E' bellissimo, non trovi? Ah che stupida, ma ancora non si vede nulla, non dire niente, non dire niente, aspetta! Ah, ma perché non prendiamo anche noi qualcosa da bere? Ci verrà sete tra poco, non trovi? Sìsì, lascia fare a me, vieni, su, veloce! >>
Io non potevo proprio materialmente dire alcuna parola, neppure se lo avessi voluto. Quest'Anna metteva sì qualche punto di domanda nelle sue parole, ma non lasciava il tempo per lasciare all'interlocutore la possibilità di rispondere. Ma prendere qualcosa da bere mi parve subito un'ottima idea: da quel sorso di Stolichnaja sul treno era passato troppo tempo.

Entrammo nel solito produkty decadente d'ordinanza. C'erano patate a tutto spiano. I commessi stessi parevan fatti di patate. Montagne di patate di ogni dimensione e forma... Il mondo era diventato una patata. Stavo diventando pazzo? Probabile... Mi piaceva l'aria che si respirava, in quel produkty. Le addette al reparto macelleria tagliavano con lentezza mortifera fette di manzo sanguinolente, che cascavano con un tonfo sordo e venivano rapidamente impacchettate, e non una ruga si muoveva sui loro volti di carta vetrata.  Qualche ubriacone arraffava distrattamente lattine di birra da sessantasei centilitri, bofonchiando maledizioni dai loro denti di carbone. Una bimbetta con i capelli d'oro afferrava con difficoltà delle caramelle colorate... La mia Anna si muoveva sicura come un cane da tartufo. Afferrò un bottiglione di plastica di colore marrone e delle patatine al gusto di pollo fritto.
<< Questa birra è de-li-zio-sa, credimi! Ah ma che stupida, certo che ti va un po' di birra, voi italiani non bevete solo birra? Ah no scusa, mi ero confusa, voi bevete vino rosso, sì? Comunque hai sete, sì, la prendiamo? E' buo-nis-si-ma! >>
Anni ed anni di convinzioni che la birra in bottiglia di plastica fosse quella dei barboni della stazione ridotti in cenere. Sorrisi. Chi tace acconsente, no?

Armati col nostro bottiglione di plastica di birra e di deliziose patatine al gusto di pollo fritto, varcammo i cancelli d'entrata. Dopo cinque minuti di camminata in qualche specie di forestone con alberi secolari ed appuntiti, il panorama si schiarì un poco: era veramente un posto magnifico, una delle cose più impressionanti che abbia mai visto nella mia vita - s'intende, dopo il porno della grassona vestita con un costume da balena montata su di un peschereccio.
Era un andirivieni di declivi e dolci pendii e fontane bianche che sprizzavano acqua in cielo che ricadeva in mille frantumi rinfrescando l'aria tutta, e c'era pure una specie di laghetto con un'isola in mezzo e nugoli di anatroccoli grossi come pugni, ed alcune barchette intorno che sprizzavano amore da ogni asse, e palazzoni barocchi di quelli che pensavi esistessero solo nei libri... faceva davvero venir voglia di innamorarsi. Ma di chi? Pensai che un giorno avrei dovuto portare la Ragazza dell'Ascensore. Era una promessa che mi facevo con me stesso... Non potevo certo farla a questa Anna Tudanova.



07 febbraio 2011

La celebre gita ad Abramtsevo

Mi arrivarono due ceffoni in faccia. Era Furkat.
<< Svegliati, partiamo fra dieci minuti >>.
Mi ero completamente scordato della splendida escursione ad Abramtsevo.

05 febbraio 2011

Verrà l'ascensore ed avrà i tuoi occhi

Il miliziano del secondo posto di guardia ronfava alla grande, seduto come Buddha su una sediolina di sterpaglie, le mani incrociate sulla pancia satura di alcol, e così mi salvai dal dover tirar fuori per l'ennesima volta il propusk di controllo. Il propusk è una sorta di tesserino di riconoscimento: per evitare che le camere del dormitorio si trasformino in una versione con la I gutturale di un bordello di Laclos, i sapienti russi hanno pensato bene di disporre non uno, ma ben due posti di guardia. Tuttavia, questi posti di guardia sono perlopiù occupati da simpatici alcolisti i quali, profondamente rispettosi di ogni forma di amore giovanile, chiudono volentieri un occhio quando uno studente, magari sventolando qualche rublo sotto il loro naso rubizzo, vuole mostrare alla rispettiva Giulietta la sua collezione di farfalle.

Di fronte all'ascensore c'era già qualcuno in attesa: la prima cosa che notai furono le raffinate scarpe nere con notevole tacco. I casi erano due: era una donna con un buon gusto per le scarpe, e quindi molto probabilmente era una donna molto bella di suo, ma era strano, una donna sola a quell'ora del mattino... oppure, più probabilmente, considerando la mia solita fortuna nell'attirare tutti i casi umani di questo pianeta, era qualche travestito di Copacabana reduce da una nottata con Vagner Love.
Decisi stoicamente di rischiare.
Mi misi di fianco, gettandole un'occhiata di straforo in attesa che l'ascensore scendesse dagli infiniti piani del MGU: sì, era senza dubbio una donna, ed era una donna così bella che devo essere diventato al volo bianco come un fantasma. Teneva le manine incrociate dietro la schiena ed il capo leggermente inclinato a sinistra: un mare di capelli neri come china le sfioravano leggeri le spalle. Ricordo che pensai: sanno di nicotina e di lavanda. Ora non so che profumo abbia la lavanda, e dubito lo sapessi neppure allora. Non si era mossa di un millimetro da quando mi ero avvicinato: aveva una di quelle frangette dannate che donano alle donne un gradevole tocco da principesse egizie.I suoi occhi, nonostante l'ora tarda, erano altezzosi ed ardenti, e tutta la sua figura manifestava una fragile alterità che mi ubriacò in un istante.
Entrammo nell'ascensore. L'avevo vista da qualche manciata di secondi, ma ero già a buonissimo punto del romanzo trans-mentale che stavo stendendo nella mia testa: ascensore, leit-motiv di tradizione genealogica cardinettesca, tu dove vai, ah sì, il quarto, si sfiorano le mani, si incrociano gli sguardi, bacio alla Luchino Visconti, stacco scenico e panoramica in slow-motion, musica strappamutande in sottofondo, la sua schiena lievemente inarcata, i suoi capelli neri che ondeggiano, ascensore al secondo piano, c'è un prete ortodosso, un muezzin, uno sciamano africano e Lucio Dalla, ci benedicono, ci sposano e ci divorziano e ci benedicono di nuovo, ora si può baciare la sposa, voli di confetti, ci amiamo tanto, ci annoiamo, ci riamiamo di nuovo, e tutto questo nell'arco di cinque piani di ascensore ed in pochi centimetri quadrati, e quando arriviamo al sesto io premo di nuovo giù e scendiamo al primo, e la prendo in braccio e pesa come una nuvola bianca, ed emigriamo su un'isola siberiana, dove campiamo di frutta che incredibilmente matura a quelle latitudini e dove impariamo il linguaggio dei pinguini, delle foche e degli orsi marini, e dove lei mi uccide, perché sono  davvero insopportabile, e dove io la uccido, perché ha un terribile caratteraccio, ma poi risorgiamo sempre , come due Lazzari ubriachi, e torniamo ad amarci beati, a volte solo un po' annoiati, e così poi ci uccidiamo e ci baciamo e ci...
<< Hai una sigaretta? >>
Aveva una voce che sapeva di vodka e di sesso. Questa, che può sembrare una licenza poetica, in realtà non lo è: infatti, ci sono certe donne – poche - che hanno l'erotismo pure nell'alito, è qualcosa di denso e palpabile che lo percepisci solamente standole ad una certa distanza, non un centimetro di più, non uno di meno.
E comunque, quando le donne sono così belle, io, cazzo, non ho mai la battuta pronta, specie se nel frattempo vivo una delle mie innumerevoli vite parallele. Mi infilai, impacciato come un chierichetto alla prima funzione, le mani nelle tasche, finché non trovai il mio pacchetto di Winston Silver. Ne sfilai una e gliela porsi. Lei la prese senza dir nulla, oppure disse qualcosa, ma io ero talmente in estasi che non lo sentii. Aveva le dita affusolate e soffici. L'ascensore arrivò al quarto piano, le porte si aprirono e lei scivolò fuori, come una fata fatata, e poi si volse appena e disse distrattamente buonanotte, con un accento perfetto, e lì rividi per un istante i suoi occhi brulicanti: non sembrava russa. O forse sì? Erano occhi quasi da araba. O forse ebrea? Lituana, moldava, ungherese, magari georgiana?

Io volevo dirle che avrei voluto baciarla finché l'intera civiltà occidentale sarebbe crollata e dissolta in polvere, ma coglione come sono, dubito pure di averle semplicemente risposto buonanotte.

Si chiusero le porte: tirai un pugno al pannello dei tasti. Si accese qualche luce e ritornai al primo piano.
<< Hai una sigaretta >> Cazzo! … mi morsicai il labbro.
Gesù Cristo, ero proprio la pecora nera della famiglia per quanto riguardava il capitolo: sedurre una donna in ascensore e poi renderla la futura madre dei tuoi figli.

La luce nella camera di Furkat era ancora accesa. Passai dritto nella mia e mi buttai sul letto senza neppure togliermi i vestiti, afferrai il barattolo di Nutella vuoto che avevo reinventato a posacenere personale ed accesi una sigaretta: il grande pregio delle sigarette, quello di lasciarti insoddisfatto, si eleva al quadrato, quando sei già insoddisfatto di tuo.
Cercai quindi di ripensare al volto della Donna dell'Ascensore, ma per qualche strano sortilegio, era un'impresa impossibile: i contorni svanivano ineluttabilmente,  e ciò che rimaneva fra le mani era solo il bagliore dei suoi occhi ed il suo respiro caldo... un'impressione di bellezza che faceva imprecare.
Aspirai più a fondo, provando a concentrarmi più attentamente: non c'era nulla da fare. 
La sua immagine continuava ad essere uno sfuggente sogno di primo mattino.

Mi addormentai con le scarpe addosso.

03 febbraio 2011

Pokemon caucasici e strani modi di bere cocktails

Scendemmo per un sottoscala. Uno di quelli che crederesti che esistono solo nei filmacci americani. Oramai eravamo così su di giri che non ci avremmo tanto badato neppure se fossimo entrati in una macelleria islamica. Tatjana aprì la porta: un mare di nebbia ci arrivò dritto fino alle narici, che se mettevo il braccio davanti a me non sarei riuscito a contarmi le dita. A me questi locali sprovvisti delle più basilari norme di sicurezza, dove la legge 626 è pura utopia, dove se se scoppia un incendio si muore irrimediabilmente tutti, son sempre piaciuti un sacco, per cui un gioviale sorriso di piacere si dipinse sul mio volto. Girava musica jazz in sottofondo, ma il fumo imperante impediva di capire se ci fosse una band in carne ed ossa o se fosse musica registrata: sui divanetti, strane figure dalle sembianze umane si intrecciavano con solerzia, roteando mani e volti come dei Don Chisciotte impazziti.

01 febbraio 2011

Catarsi

Senza mollare un secondo l'Iphone, Tatjana ci raggiunse, scambiò due baci con Mark, solo con lui, e ci fece cenno di seguirla e noi, ipnotizzati come le vittime del mostro di Rostov, non ce lo facemmo ripetere due volte. Camminammo per qualche metro, per poi scendere nel sottopassaggio che ci avrebbe portato sulla Manezhnaja, in direzione Tverskaja. Il sottopassaggio era carico di fumi di piscio e di vecchi alcolizzati che urlavano qualcosa di incomprensibile, aprendo a fatica le loro bocche sdentate: Tatjana rispondeva con cenni della mano, oppure staccava un secondo l'Iphone dall'orecchio, lo copriva con il palmo della sinistra e nel frattempo sparava qualche imprecazione in russo che incredibilmente riusciva sempre a trasformare quegli ubriaconi in cagnolini silenziosi. Io le ero a fianco, mentre gli altri due stavano dietro di noi, perché, pur avendo un chiaro debole per l'americano, la nostra Tatjana era ancora letteralmente schifata dal fatto che i miei due amici parlassero tre parole in croce di russo.