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31 marzo 2011

La Vita Agra

Questa storia della provenienza turca non era la prima volta che saltava fuori. In effetti, l'unione dell'apprezzevole passione per le lampade facciali del Maestroni alla mia disdicevole pigrizia nel farmi la barba, ci rendeva una bizzarro duo più simile a mercanti di stoffe di Ankara, piuttosto che ad allegri studenti un po' scemi della Pianura Padana.
<< Devo smetterla con queste cazzo di lampade. >>
<< Ah, Italians? Che strano, non l'avrei mai detto! >>
Parlava solo la bionda. Subito si presenta: Olesja.
Olesja non era un bel nome: aveva un che di rotondo e di infido. Il software era tipicamente russo: bionda come un cherubino, la pelle bianca di latte, i denti perfetti, lo sguardo arrogante, una di quelle che quando fanno le foto davanti al Colosseo tirano fuori il culo e si mettono di tre quarti con la bocca a cuoricino. L'amica castana era più carina: era chiaro che subiva l'influenza ed il carisma da oligarca di questa Olesja: ci guardava con questi grandi occhi spalancati come un pulcino bagnato, sforzandosi di sorridere quando il discorso le pareva richiedere una risata generale. Dietro a quel muso da brava bimba non si nascondeva certo una mente eccelsa, questo era fin troppo palese.
<< Scusate la domanda, ma... siete gay? >>
<< Solo nei giorni festivi. >> Faccio io. Risatina della castana. Ancora non si sapeva il suo nome.
<< Lo sapete, vero, che al Propaganda stasera c'è la serata gay? >>
<< No, cazzo, che non lo sapevamo! >>
Comunico la triste news agli altri amici. Said e Sultan non la prendono certo bene: Allah ama ancora meno gli omosessuali di quanto non li ami il nostro buon Dio. Che fare quindi? In effetti tutti questi uomini variopinti attorno a noi dovevano suggerire qualcosa... ah, perdiana, se solo avessimo un po' di quel che si dice: intuito femminile! 
Mentre discutiamo dei futuri passi, Said si allontana dal gruppo e si avvicina ad Olesja, la scruta un po', se la studia, dall'alto in basso, da destra a sinistra, come se fosse un bel manzo d'esposizione al mercato della carne di Teheran, e con il suo inglese zoppicante attacca:
<< Ma... quanto vuoi? >> Serio e franco come un esattore delle tasse. Questi musulmani mica si fanno fermare da nulla, è gente cresciuta nella polvere, gente con le palle quadrate.
Olesja però pare non condividere la mia positiva visione del mondo musulmano, ed infuriata come un toro castigliano per il terribile misunderstanding, buttando fumi neri dalle narici, prende per mano l'amica castana, ci intima, o meglio, ci comanda, di seguirla, invito circoscritto agli uomini battezzati secondo il rito cristiano lì presenti, ed è così che, senza capirci nulla, ci ritroviamo in mezzo alla strada con il pollice fuori, alla ricerca di un taxi che ci avrebbe portato Dio solo da dove, taxi che ovviamente non tarda a fermarsi: la contrattazione è rapidissima, Olesja tira fuori un portafoglio il cui valore di mercato supera di gran lunga tutti gli stipendi che vedrò da qui alla fine dei miei giorni e con un terribile dito da imperatore romano ci indica di sederci nei sedili posteriori: sprofondiamo come sacchi di patate irlandesi sulle poltroncine impolverate di questa macchina bellissima, un fulgido esempio di nido per acari su quattro ruote motrici.
Staremmo stretti in quattro, figuriamoci se siamo, compresi il guidatore – kazako d'ordinanza dai capelli untuosi come brillantina – in sei. Olesja si mette davanti, e ci mancherebbe altro, chi la contraddice quella? Noi uomini dietro, e la pischella castana sulle mie gambe: questa disgraziata muta ha un terrificante culo a mela della Valtellina, ed io devo far ricorso a tutte le mie migliori arti magiche per non cadere in oscuri pensieri ed in situazioni più o meno disdicevoli: penso a Margherita Hack che mi prepara una frittata con i wurstel in perizoma, penso a Rita Levi Montalcini in giarrettiere nere che mi declama William Butler Yeats, penso a Luciana Littizzetto che mi fa un massaggio cinese. Dopo ogni curva, che il nostro kazako volante prendeva a velocità costantemente troppo sostenute, la bella fanciulla si strofinava sempre un poco per riprendere la posizione originaria, proprio come un serpente od uno spazzolino da denti, e la situazione, nonostante la mia solita enorme buona volontà e purezza di spirito, si andava complicandosi a ritmi esponenziali.
Grazie a Dio, non impiegammo molto tempo a raggiungere la destinazione decisa dalle nostre simpatiche compagne: il cosiddetto Karma Bar. La bionda Olesja sgancia il pattuito con il guidatore, mentre noi, per confermare ancora una volta la nostra nomea di veri gentlemen, non facciamo neppure la scena di tirar fuori il portafoglio, trincerandoci dietro a veri o presunte insormontabili barriere linguistiche. La castana, che nel frattempo mi aveva detto il suo nome – Olga – si leva dalle scatole, con grande sollievo di Fernandello, elargendo il solito mezzo sorriso da allegra bifolca. Mi sgranchisco le gambe e faccio tornare il sangue in posti più consoni.

Dico a Mark: scrivi ai musulmani e digli di raggiungerci qui. Mi dispiaceva un sacco averli lasciati fuori dal Propaganda, senza una spiegazione, e poi dovevo ancora stringere la mano a Said per l'epica scena che ci aveva donato. Nel frattempo, Olesja barbuglia con i buttafuori. Pare ci siano grossi problemi a farci entrare. Dovevano essere le nostre facce da muezzin. Brutta storia quelle barbe. Escono i prezzi: duecento rubli per entrare. Considerando che di solito pare che se ne paghino solo cinquanta, la differenza è notevole, ma a noi, in fondo, che ci importa? Tirando fuori le banconote dovute con la nonchalance dei migliori esteti inglesi, eccoci spalancate le porte di questo misterioso locale.

Karma Bar: ricordo che varcato l'ingresso, c'era una grande stanza bianca e spoglia, fresca d'intonaco, dove ti mettevano il timbro sulla mano, come se fossimo stati un'allegra mandria al pascolo. Ed io pensavo: duecento rubli per un locale che inizia con una specie di aula per conferenze? C'era qualcosa di strano. Poi ci imbucammo da qualche parte a sinistra. Finimmo in una specie di tunnel traballante. Pareva un posto in ristrutturazione. La cosa si faceva sempre più squallida e pericolosa, pertanto bellissima. Le sgarze camminavano sicure dinanzi a noi, io guardavo il Maestroni e non sapevo bene che pensare. In lontananza cominciava ad udirsi della musica negroide: molto bene! Apparirono i primi cuscinoni adibiti a poltrone. Facce poco raccomandabili fumavano narghilè cianciando di cose incomprensibili, le fanciulle erano tutte d'alta classe e gli uomini indossavano camicie slim con il primo bottone aperto a mostrare i loro glabri petti bianchi, cosa inaspettata per i locali da pezzenti che eravam soliti frequentare: l'aria era gonfia di chissà che fumi che ti riducevano all'istante le aspettative di vita di quattro anni buoni.

Karma Bar: finalmente ci siamo. Arredato in gusto orientale, è costituito essenzialmente da due spazi: da una parte ci sta il piano bar, con divanetti dove la Mosca-da-bere butta giù costosi cocktails, dall'altra ci sta il dance-hall, musica prevalentemente hip-hop. C'era una sorta di spazio lievemente sopraelevato che però al momento del nostro ingresso risultava ancora totalmente vuoto. Nella variegata clientela che scuoteva il culo su quelle canzoni terribili risaltava qualche sparuto nero vestito in abiti larghi, e me li ricordo bene perché quelli furono i primi neri che vedevo dopo un sacco di tempo, ed anche perché ballavano proprio come dei neri.


Tutto quel fumo passivo mi aveva fatto venir voglia di rinfrescarmi il gargarozzo. Ordinai il Coca-Ballantine d'ordinanza e mi sedetti con il mio solito tono da Strindberg annoiato, fedelmente seguito dal buon Maestroni. Si vedeva che c'era qualcosa che lo turbava: credo stesse avendo qualche pensiero poco cristiano sulla bionda nazista, che era proprio una donna bellissima, ma di una bellezza che quando arrivi sul traguardo ti accorgi che è ben poco diversa dall'effetto di quattro cubetti di ghiaccio calati nelle mutande. Luca era giù di corda perché la puledra si era sin da subito intrattenuta con un gagliardo cinquantenne dal portamento superbo, con la barba finemente curata ed il baffettino leggiadro, e se la mia precaria vista non mi stava ingannando, si era immediatamente fatta offrire un cocktail, non degnandoci di una parola.
<< Affanculo queste capre maledette, io me ne vado di là a vedere com'è la situazione. >>
Gli feci un cenno con la mano per fargli intendere che preferivo rimanere seduto lì, gesto che intese al volo, d'altronde, non si è stati compagni di banco per niente.
Dopo pochi minuti, ecco che lo sgabello che era del Maestroni viene preso dalla bella Olga, che mi guarda con questi occhi da cerbiatto scemo. Forse mi vuole far intendere che vorrebbe che io le offra qualcosa da bere, ma evidentemente non ha ancora capito che Cardinetti non offre da bere alle donne stupide, e così, per riempire i vuoti dati dall'assenza di un bicchiere nella sua manina smaltata di rosso carminio, attacco a blaterare le prime stronzate che mi vengono in mente. Parlare con queste creature è una delle cose più semplici del mondo, basta cercare di mettere ogni cosa nella luce più divertente possibile, e puoi essere sicuro che al termine della tua frase otterrai in contraccambio una risatina flebile, più o meno sincera.
Ricordo che vomitavo parole come un rubinetto rotto, uno spettacolo pietoso, specie perché non stavo certo comunicando con lei, no, in realtà era come se ci fosse un altro me, che mi guardava da fuori e si compiaceva di quel mare di puttanate che sparavo senza pudore alcuno. Era un teatro delle marionette dove facevo la parte del critico: come avrei parlato di questa situazione, in futuro? Come l'avrei descritta? Avrei detto agli amici rimasti in Italia: vispa come un ovino che bruca l'erba degli Appennini. Mi faceva incazzare quel pensiero, lo sentivo dentro di me, da qualche parte, coperto solo in parte dalle parole, ma che scalciava nella mente, come un mostro da abortire... ma come? Questa Olga era una fanciulla carinissima, uno di quei tipi per cui qualsiasi uomo italiano cederebbe al volo il proprio conto corrente, ma proprio senza alcun pensiero, tuttavia, per me continuava ad avere la consistenza di un ectoplasma: era un pozzo in cui le mie parole tintinnavano come monetine tristi e lentamente si adagiavano sul fondo. La sua placida espressione animalesca non avrebbe subito la benché minima variazione di tono se invece di raccontarle qualche fatto ridicolo della mia adolescenza, le avessi raccontato in lacrime che avevo ancora cinque giorni di vita a causa di un tumore fulminante alle palle, e che il mio ultimo desiderio prima di entrare nel regno dei cieli era che lei si lasciasse fottere sul bancone con una rosa rossa in bocca e delle calze rosa lunghe fino al ginocchio. E io volevo che mi mostrasse un po' di vita, cazzo, che mi raccontasse qualcosa di lei, che mi facesse una faccia da stronza, che mi dicesse che sono un pagliaccio ed un poveretto, che fosse una terrorista islamica, che nascondesse una cintura di dinamite sotto il vestito, che avesse intenzione di far saltare in aria in locale, che avesse un passato da suora di clausura, che facesse riti satanici, che avesse tatuato un verso dell'Apocalisse sull'aureola del capezzolo destro, che divorasse il partner dopo l'amplesso, che studiasse gli usi e i costumi dei Farsi, che fosse una campionessa mondiale del lancio del giavellotto, che passasse le giornate sdraiata sul tappeto a guardare il muro... qualunque cosa, Cristo Santo! Ed invece l'unica cosa che riusciva a dire era: you are mad, a volte nella variante you are crazy, e questo solo perché le spiegavo che avrei preferito un milione di volte visitare la gelida ed inaccessibile Murmansk, piuttosto che la melliflua e puzzolente Venezia. 
Ero stanco e annoiato: le risposi che era proprio una ragazza arguta e che sì, ci aveva preso in pieno, ero proprio mad, ma nel vero senso della parola, prendevo psicofarmaci da qualche settimana perché soffrivo di un male incurabile: disturbo bipolare. Ovviamente non avrei potuto bere quel Coca-Ballantine, ma... la realtà era che ero pure un alcolizzato, non ne potevo fare a meno e non sapevo resistere. Il soffice profumo del whisky mi inebria come il profumo dei tuoi capelli. 
Olga aveva smesso di ridere: un velo di preoccupazione offuscava i suoi occhi. Si era fatta improvvisamente bella.
Presi ad azzannarla sul collo, vicino alla carotide. Poi le strizzai forte il braccio destro, come si fa con uno straccio sporco. Volevo vedere di che colore avesse il sangue. Prese a gocciolare acqua torbida.

Il Maestroni era ormai di ritorno dalla ronda nell'altra stanza: gli dissi in italiano di sostituirmi con la nostra Heidi: era tempo di cambiare l'acqua al pipistrello.
E di prendere le mie pastiglie.

24 febbraio 2011

Ultimo tango a Kitaj Gorod

Vengo presentato a due loschi figuri: questa era la sorpresa annunciata, non puttane d'alta classe, ma due talebani in carne ed ossa. C'è un saudita, di nome Sultan, magro come un giunco, sui vent'anni, slanciato e giovanile, dal volto simpatico e dai capelli setolosi, ed il compagno di camera, Said l'iraniano, di età ignota ma potenzialmente sopra i trenta, vestito come un ingegnere sudato appena uscito dalla palestra, basso, tarchiato, pacioso, dai capelli unti e dagli occhi che si aprivano come lanterne non appena vedeva passare una femmina, occhi bianchi e giganti, come un pesce palla. Un iraniano ed un saudita: stento a crederci. Neppure nel migliore dei miei sogni. Mi vengono in mente un sacco di domande da fare al buon Said, ma decido di aspettare un attimo... ci voleva un minimo di confidenza, prima.

18 febbraio 2011

La celeberrima sparizione del Cardinetti, The End

Si dovevano essere fatte le sei, la temperatura era diventata molto più accettabile, tirava una lieve brezza che mi scarmigliava la folta criniera da Eroe Del Nostro Tempo e la mia febbrile eccitazione stava lasciando spazio ad una placida tranquillità: il cellulare continuava a vibrare, ormai il Maestroni doveva aver perso ogni speranza di ritrovare l'ex compagno di liceo ancora vivo.
Ci spostammo nella zona est del parco, dove si era riunita un capannello di persone per assistere a qualche esibizione di musica folk... una masnada di musi scuri vestiti in abiti variopinti scuotevano gioviali i loro culi snelli: dedussi che dovevano essere kazaki, o giù di lì. Anna Tudanova mi chiese come li trovavo: la musica in sé faceva piuttosto pietà, ma i loro volti vispi e l'amore che mettevano in quella esibizione di folklore nazionale era piuttosto trascinante.
<< Sono bravissimi >>. Le dissi con convinzione.
Restammo lì per una mezz'ora buona. Forse abozzammo pure qualche passo, ma la musica folk caucasica è un po' troppo persino per un Barijshnikov come il Cardinetti. E poi la mia semisbronza stava cominciando ad evaporare: iniziavo a sentire i morsi della fame... ma il tour preparatomi da Anna Tudanova non era ancora finito. Ci spostammo su una sorta di lungolago prossimo all'uscita. Devo aver maledetto l'intero Pantheon cristiano.

Ci sedemmo su una specie di muretto. Mi teneva ancora le mani nelle sue, ma forse era solo perché era preoccupata che cascassi di nuovo da qualche parte. Mi ricordai di Samantha, la mia prima fidanzatina che conquistai a furia di offrirle caramelle, l'angelo che a undici anni mi spiegò che le coppie si tengono la mano in un modo speciale: intrecciate. Un dito mio, un dito tuo, questo è il segno dell'amore. Io pur di far scattare il primo limone della mia onoratissima carriera da tonno rio mare me l'ero bevuta alla grande ovviamente, e me ne sarei bevute anche di peggiori se solo ne avesse sapute,  ed a tal punto pendevo - letteralmente  - dalle sue labbra, che devo aver fissato quelle ditine tozze, come un pio pellegrino la Madonna di Lourdes, e non mi devo esser lavato la mano per interi secoli. Questa Samantha era bella come uno spirito silvestre e ci amavamo un sacco, ma poi io feci lo stronzo, preferì i Pokemon ai suoi riccioli neri ed ai suoi ditini intrecciati, ed ora se mi incrocia per strada,  neppure mi saluta. E' proprio vero che certe donne non dimenticano facilmente, specie se hai spezzato il loro fragile cuoricino poco prima del menarca.

Anna Tudanova attaccò a parlarmi dei suoi progetti futuri, un argomento interessante come la politica italiana, con il suo solito modo di fare, estroso ed espansivo come un vulcano: voleva andare a studiare giornalismo in Germania e poi chissà, Sudamerica? Questa Anna Tudanova doveva avere qualche milione di dobloni d'oro nascosti sotto il lettuccio, senza dubbio. Io ero un pezzente tale chenon avevo manco i soldi per permettermi di mettere il formaggio nella kartoshka, e questa troia mi parlava della cordigliera delle Ande... mi stava venendo il mal nero: alla prossima chiamata del Maestroni avrei risposto e me ne sarei andato.

<< E tu invece cosa vuoi fare da grande? >>
<< Voglio andare sulla Transiberiana >>
<< E come mai? >>
<< Perché era il sogno di mio padre. E poi perché mi piacciono i treni >>
<< E basta? >>
<< E basta. Il resto è affidato al caso, non c'è bisogno di preoccuparsi >>
<< Non ti seguo >>
<< Hai mai sentito la frase: ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo? >>
<< No, di chi è? >>
<< Non importa >>
<< Tu scrivi? >>
<< No >>
<< E perché? >>
<< Perché non c'è più nulla da scrivere. E poi scrivono solo i frigidi della vita >>
<< Cosa vuol dire che non c'è più nulla da scrivere? >>
<< Vuol dire che dovremmo leggere più Dostoevskij e meno libretti d'istruzioni dei medicinali >>
<< Credo che dovresti scrivere... scrivere che non c'è più nulla da scrivere >>
<< Sì, peccato che lo abbiano già fatto >>
<< Sei un ragazzo intelligente, sai? >>
<< Non è assolutamente vero, fidati >>
<< Una persona intelligente non dice di esserlo >>
<< Allora devo essere l'eccezione che non conferma la regola >>

Mi guardava con gli occhi a cuoricino. Era uno spettacolo ributtante. Sembrava che si fosse fatta pure più grassa, nel frattempo.

<< Un giorno ritroverò questo discorso da qualche parte >>
<< E' probabile. Ormai basta avere il pollice opponibile per essere pubblicati >>

Mi chiama di nuovo il Maestroni. Questa volta rispondo. Mi aspettano a Kitaj Gorod, la cittadella cinese, e c'è una sorpresa per me. Avrà di sicuro assoldato qualche puttana di quelle che piacciono a lui, le frangettone vagamente elefantiache. Gli dissi che ci avrei messo mezz'ora per raggiungerlo, ma che assolutamente dovevo mangiare qualcosa... ed inoltre non avrei tirato di nuovo fino a mattina, no. L'amico Maestroni dice di non preoccuparsi, e che sarà una serata tranquilla: questo tanto bastava per preoccuparmi terribilmente.

Mi congedo da Anna Tudanova con la grazia ed il disincanto di un cherubino alato, ma la fanciulla è molto preoccupata che io mi possa perdere nella grande capitale ed insiste per accompagnarmi di nuovo fino alla metro... è seriamente stupita da come io mi possa orientare in una metro così gigantesca, e mi tocca prometterle di mandarle un messaggio appena arrivo a casa, manco fosse mia madre. Io ero in uno stato tale che le avrei promesso pure di scriverle un intero romanzo di formazione in endecasillabi sciolti, pur di liberarmi di lei al più presto.


Arriva il vagone, l'acre odore delle rotaie che sale, il mare di gente che esce, qualche ubriacone che entra, mi siedo vicino ad un vecchio bavoso che ronfa, la voce elettronica dice qualcosa, le porte si chiudono, muovo la manina, ciao ciao, Anna Tudanova, apro e chiudo il pugno, apro e chiudo il pugno.

11 febbraio 2011

La celeberrima sparizione del Cardinetti, part.2

Camminammo per una decina di minuti. Credo di aver visto almeno un centinaio di fontane, ognuna con un proprio caratteristico getto d'acqua che andava a formare un qualche ritmo classico o che so io. Le mie gambe andavano avanti per inerzia, come spinte dal continuo cicalare della buona Anna Tudanova: avevo già ormai perso il filo del suo discorso, ed erano passati solo dieci minuti da quando avevamo varcato il cancello d'entrata. Non era una cosa positiva. Camminare con questa ragazza era come camminare con dei campanellini attaccati alle caviglie: ad ogni passo qualche parola nuova cascava nell'aria e tintinnava per ore nei sottofondi della memoria.
Ricordo che mi mostrò il più vecchio albero di tutta la Russia, una roba maestosa che si ergeva solitaria in mezzo ad un prato curato come un campo di golf, così enorme che gli altri alberi parevano essersi spostati dalla vergogna. Mi spiegò come si faceva a contare l'età degli alberi: evitai di dirle che lo sapevo di già perché pareva tenerci molto a quella spiegazione botanica.

Ricordo poi che ci imbattemmo in un milione di cortei nuziali: le spose erano tutte bellissime, come angeli bianchi inciampati giù dalle nuvole. Gli sposi lo erano un po' di meno, ma volevo bene pure a loro. Io speravo che almeno quella visione calmasse i suoi bollenti spiriti, perché di solito le donne quando vedono i matrimoni si emozionano e fantasticano e sognano ad occhi aperti e fanno tutte quelle manfrine da donne, ma la mia Anna Tudanova non era una donna di quel tipo, o meglio, lo era, ma agli schiamazzi ed ai gridolini ed agli strattoni, la mia Anna Tudanova pensò bene di cospargere il tutto con accuratissime spiegazioni rigurdanti l'iter tradizionale del matrimonio ortodosso, con parentesi sui riti minori di influenza greco-bizantina e le somiglianze e le differenze con le pratiche tribali delle popolazioni della Nuova Guinea. E sapeva pure di architettura e di simbologia religiosa, questa Anna Tudanova: mi spiegò con piena dovizia di particolari il significato dei colori di ogni cupola di ogni chiesa ortodossa mai costruita sull'intero territorio russo, da Pskov a Vladivostok. Io ero così malleabile e buono che se anche avesse iniziato a parlarmi delle geometrie non euclidee o dell'affannosa ricerca dei vestiti durante i saldi, avrei fatto la stessa faccia molto interessata.
Le proposi di sederci su una panchina. Il flusso di persone era cospicuo e mi andava di osservarle.

<< Allora sei qui con altri italiani? E dove andate di sera? Vi divertite? Ah, chissà quante ragazze vi saltano addosso appena sentono che siete stranieri... qua è così, sai? L'hai notato? E non dire di no per paura di offendermi... io lo so >>

A me non son mai piaciuti questo tipo di discorsi razzisti, specie perché sono cose che succedono in ogni paese, anche in Italia la donna viene irrimediabilmente e naturalmente attratta più da un Cayenne  con i cerchi in lega tempestati di diamanti sudafricani che da una Mazda simil Fiesta del 1984 che si accende dopo quattro tentativi, per poi spegnersi dopo dodici metri di strada mica solo in Russia, ed anzi, se proprio si accettava questo discorso, perlomeno qua il mercimonio amoroso si fondava su basi meno ipocrite e velate.

<< Guarda, in realtà siamo tre sfigati che sembriamo più dei terroristi di Al-Qaeda piuttosto che i Marcello Mastroianni del duemila... a me non sembra proprio che sia come dici tu, ma certamente tu devi saperne più di me... io credo che, più semplicemente, le persone, sia uomini che donne, siano, come dire, incuriosite, dal fatto che non siamo di qui, ma di una nazione che, vista da fuori, è probabilmente la più bella del mondo, almeno secondo la concezione tradizionale... però vedi, è la normale routine delle cose... voglio dire, se ti facessi scegliere la più brutta ragazza di Mosca e la catapultassimo in un locale italiano, ti assicuro che tutti i lumaconi del posto le sarebbero addosso, solo per il fatto che il suo elemento esotico la rende mille volte più interessante di una normale ragazza italiana... ma sicuro sicuro >>
Anna Tudanova non sembrò molto convinta della mia spiegazione.
Il discorso andò avanti per un po', sempre su queste linee. Mi sentivo un po' ridicolo ad ergermi a ruolo di difensore della dignità russa, ma ormai avevo iniziato e non potevo più tirarmi indietro, proprio per una questione di principio dialettico, anche se io stesso non ero esattamente così certo delle conclusioni a cui stavo tendendo. Infatti non posso più dire come si risolse la questione, ricordo solo che ogni tanto mi interrompeva dicendomi: << Oh, ma come parli bene! >>, la qual cosa mi imbarazzava un sacco, specie perché stavo parlando come un venditore del pesce di Pomigliano D'Arco.



Dopo questa discussione, credo che le uniche parole che pronunciai per una buona ora furono quando la discreta Anna Tudanova mi chiese: << Ma se ti dovessi perdere, qui, in questo posto e-norrrrr-me, riusciresti a chiedere a qualcuno le indicazioni per uscire? >>
Per chi mi aveva preso, questo disgraziato Cerbero in minigonna? Le sputai fuori qualche parola senza alcun rispetto per i casi e per la consecutio temporum e le venirono gli occhi a cuoricino. << Ma come sei dooolce quando parli in russo, Claaaudio! >> Non capivo se mi stesse pigliando per il culo. Certamente lo stava facendo.

Dopo di ciò, la feconda prosciuttona Anna Tudanova partì con una violentissima tirata autobiografica su tutta la sua esistenza, passata, presente e futura. Iniziò raccontandomi i primi anni '90, anni di grande povertà dopo l'uscita dal comunismo, mi raccontò della fila per prendere il pane e della miseria imperante, delle strade sporche e piene di orfanelli, della gente non usciva di sera per paura di subire violenze e della mamma che lavorava giorno e notte per guadagnare quattro rubli in croce ed assicurare così un futuro a lei... Quelli erano racconti che mi piacevano molto: erano immagini forti, e lei li raccontava bene, con belle pennellate espressioniste di parole... aprii la bottiglia di birra e buttai giù qualche sorso, così, giusto per rinfrescarmi il gargarozzo. Ormai avevo capito che dovevo starmene zitto come uno sgombro del delta del Po a sorbire tutto il suo bildungsroman, per cui decisi di mettermi più comodo: spostai le gambe in modo che non toccassero più il suolo, direttamente sulla panchina, così da poterla guardare negli occhi mentre raccontava quest'esaltante popea tudanoviana, senza girare il collo di settecentoventidue gradi ad frase, che erano davvero moltissime. Mi pareva sgarbato non farlo.

Gli anni volavano, pesanti come aironi imbrattati di petrolio: aveva la straordinaria capacità di riassumere un anno di esistenza in massimo trecento parole, virgole e punti esclamativi esclusi. Dovevano essere le tre spaccate di pomeriggio: il sole assassino batteva forte sul mio testone nero, ed in più non mi facevo la barba da tempo immemorabile... sembrava che il sole battesse solo su di me, un po' come la nuvola di pioggia su Fantozzi. Pensai: devo bere alla svelta, altrimenti la birra diventa camomilla e poi fa schifo e vomito, e con la donzelletta qui faccio una figura barbina e dovrò fuggirmene nella taiga siberiana a pascolare gli armenti per superare l'onta. Bevetti quindi più alla svelta. Eravamo arrivati alle sue scuole medie: gravissimi attriti con una compagna di classe georgiana. Le aveva rubato il fidanzatino, quella sporca troia. Litigi incredibili durante l'intervallo. Esaltanti storie di capelli tirati. Si dibatteva sul primato temporale dei rispettivi menarchi. Avevo mai incontrato delle georgiane? No, non le avevo ancora incontrate. Le georgiane hanno una marea di capelli neri , perlopiù ricci, e si truccano come zoccole, diceva Anna Tudanova. Mi pareva una descrizione davvero molto interessante: non avevo mai pensato alla Georgia come una nazione con potenziali belle donne. La ragazza dell'Ascensore poteva essere georgiana? No-o-o, lo esclusi. Da come mi parlava Anna Tudanova, queste georgiane eran delle specie di terrone più nere della pece. La mia ragazza dell'Ascensore aveva sì i capelli neri (o erano castani? Ancora il suo volto non si materializzava nella mia memoria, c'era solo la sua voce e le poche parole pronunciate), ma era così bella, raffinata ed austera... come una strega di stirpe regale: no, senza dubbio non era georgiana. Celebrai l'esclusione dalla Georgia dal mio mappamondo con un bel sorso di birra. Mi pareva di sentire l'intero percorso delle bollicine dalla mia bocca fino allo stomaco, o fin dove arrivano quei cazzo di liquidi una volta che li butti giù. Dovevo mangiare qualcosa? Avevo dimenticato pure l'idea stessa di mangiare. Il sole bruciava come fuoco nella trachea. Eravamo passati ai racconti del liceo.

Alle superiori persi definitivamente il filo del discorso: avevo strane allucinazioni... C'era una parte di me che pur di farla star zitta aveva cominciato a baciarla, ma proprio di gusto e di passione, come un salmone norvegese, che risaliva la corrente delle sue tonsille ipereccitate, e c'era un'altra parte invece che la prendeva a calci nel culo e la buttava nel laghetto, vicino agli anatroccoli, e poi tornavo sulla panca, mi accendevo una sigaretta, incrociavo le gambe e la guardavo fare qua-qua fra gli anatraccoli. Erano immagini che mi facevano ridere: anche Anna Tudanova rideva. Però credo che ridesse per cose che stava raccontando lei... è difficile dirlo.
Improvvisamente passò a parlare, chissà perché, della Siria, questo me lo ricordo bene. Insomma, pareva che suo padre fosse siriano, o qualcosa del genere, però Tudanova non mi pareva mica un cognome tanto siriano... ma come potevo chiederglielo? Arrivai alla conclusione che dovevo aver perso il pezzo in cui mi spiegava che i suoi erano divorziati e che ora sua madre stava con un siriano. Era sgarbatissimo fare di nuovo accenni su di un argomento così delicato, si capisce... La lasciai parlare. E poi il discorso era già più interessante ed io rientrai un po' in me – non sapevo neppure esattamente dove fosse, questa Siria.
Ora quindi eravamo in questa Siria, nazione dove Anna Tudanova si recava di frequente. Iniziarono una serie di particolari strani: lei in questa grande casa bianca – c'è il sole in Siria, le case sono bianche come in Grecia - e nel cortile questi siriani in motocicletta che le facevano la serenata... non ero sicurissimo di aver capito bene, mi pareva più la trama di un film di Stallone... per schiarmi un po' la mente, ci bevetti sopra dell'altra birra. Mi vibrò il telefono: doveva essere il Maestroni. Ci pensai su un secondo: in effetti non avevo detto a nessuno dove avrei passato il pomeriggio... ma figuriamoci se un gentiluomo come me si mette a rispondere al telefono dinanzi ad una fanciulla. Feci finta di nulla e ci bevetti sopra dell'altra birra: ormai era quasi finita. Era diventata davvero buonissima con il tempo, ed era proprio un peccato che non ne avessimo prese due bottiglie. Sfoderai un  poderoso sorriso jamesdeniano e la invitai a proseguire nell'esaltante racconto.
In Siria c'è una festa: non capisco più se mi stia raccontando la sua vita od un racconto de “Le Mille Ed Una Notte”... Di nuovo i siriani in motocicletta... irrompono da qualche finestra... ci sono le scimitarre ed i veli... lei aveva bevuto un po' e ballava discinta sui tavoli... Ed il sole ora lancia pugnali avvelenati e mi sorride beffardo, come nei disegni dei bimbi... il sole mi squarcia le budella... le persone diventano puffi, Anna Tudanova è Gargamella... vedo blu e viola e i colori dell'arcobaleno tutti... barcollo come una damigiana rotta e quasi cado dalla panca! Ma in un improvviso attacco di lucidità, riesco a metter giù le gambe prima della catastrofe finale.
<< Ma-ma-ma Claudio! Non dirmi che sei già ubriaco! Deve venire ancora il bello! Dai, andiamo a fare una camminata, così ti riprendi! >>
Mi prese di nuovo per mano e mi portò in un'altra zona. Doveva proprio amarmi alla follia.

Se Smerdjakov aveva gli istanti di lucidità pochi secondi prima di un attacco di epilessia, io senza dubbio ho istanti di genio durante una sbronza. La camminata mano nella mano con la sgarzetta mi scaldò l'anima e mi fece riprendere: potevo sempre immaginarmi di stare passando la giornata con la mia Ragazza Dell'Ascensore, in fondo, il mondo è solo la nostra rappresentazione. Mi accesi d'amore e di passione, avevo la lingua di fuoco di Dio calata sulla testa e parlavo meglio di uno zar antico:
<< Anna! Scusami un secondo, fermati un attimo, prima che mi dimentichi... Ecco, così. Volevo dirti, volevo dirti, è così bello qui, dio mio, è così bello che mi viene da piangere! Mi vuoi sposare? Sposiamoci qui, su, perché no? Ah, diamo fuoco al mondo e costruiamone uno nuovo solo per me e te, ti va? Sono un pessimo elemento, lo so, ma sono anche un bravo ragazzo, in fondo... anche tu lo sei, si capisce. Sposiamoci! Voglio i confetti! Ora chiamo tutti i miei amici italiani, prendono un volo ed arrivano tutti qui... lo so! Mi vogliono tutti bene. E lo vorranno pure a te, mia cara! Sposiamoci così... sposiamoci nudi! Nessuno lo ha mai fatto, sbaglio? Nudi, e chi se ne frega! Poi ci buttiamo nel lago e mangiamo le anatre! Hai mai mangiato un'anatra viva, mia dolce Anna? Io no. Non ho neppure mai sposato una donna, se per è per quello... ma tranquilla! Non è mica difficile... Nessuno sa come si ama se prima non ci prova... mica nasciamo con la scienza infusa... Una costinata! Voglio tantissime salamelle... e anche le costine. L'ho già detto? Mi piacciono molto. E litri e litri di vino rosso... Voglio che la gente si diverta... sono stufo di queste facce tristi, Gesu Cristo. Ne avete qui di vino rosso? Ah fa nulla, portiamolo dall'Italia , ah! E la musica, Cristo, la musica! Vorrei tanti violini, per favore. Ti piacciono i violini, Anna Tudanova? >>.

Mi fermai. Mi mancava l'aria. Lei stava ridendo come un'oca, mentre io ero stato serissimo. Ero terribilmente offeso. Mi disse che ero tutto pazzo ed era la birra che stava parlando al posto mio... ma che ero stato fantastico, che dovevo continuare a parlare perché quasi quasi la stavo convincendo... E giù altre risate di pancia. Solo che io sapevo di essere serissimo, e che se solo lei avesse detto un semplice da, io l'avrei sposata, così, su due piedi, senza neppure mezzo pensiero a riguardo. Sì, l'avrei sposata, senza dubbio: dobbiamo pure seguire le nostre passioni, ogni tanto... la vita è così terribilmente corta.

09 febbraio 2011

La celeberrima sparizione del Cardinetti, part.1


Volai di corsa al MGU, presi il regalo datomi da mia madre ed arrivai incredibilmente puntuale davanti alla statua di Pushkin. Aleksandr era fermo immobile in mezzo alla piazza e mi guardava in modo strano. Faceva un caldo terribile. Aleksandr sembrava muoversi dal suo piedistallo. Aleksandr si muoveva. Strabuzzai gli occhi. Non so come feci a non buttarmi nella fontana. .

Anna arrivò con mezz'ora di ritardo. Solitamente mi fanno girare i coglioni le persone in ritardo, ma quel giorno no: avevo le visioni ed ero inspiegabilmente di buon umore. Mi pareva di essere ubriaco senza aver bevuto praticamente nulla. Ed in effetti devo aver letto da qualche parte che le sbronze migliori sono quelle che si raggiungono senza alcol: occorre solamente spingersi a capofitto in una direzione, ad esempio non dormire per quarantotto ore, oppure non alzarsi dal letto per tre giorni interi, oppure bere quattordici litri di acqua, e così via. Ci si può ubriacare di tutto, di vino, di donne, di poesia, è sempre un piacere.

Apparì con un vestito bianco, uno di quelli un po' larghi e svolazzanti che – non sono un esperto, ma azzardo – usano le donne leggermente in sovrappeso. Lo so che si dice che il nero snellisce, ma secondo me anche certi vestiti bianchi lo fanno. Questa Anna, comunque, appariva molto più in carne rispetto alle foto che mi erano state mostrare: doveva essere l'alcol che le stava lentamente distruggendo le membra, poverina.

<< Eh-eh-eh, ma devi essere tu Claudio! Ma che ca-a-a-rino che sei, tutto uguale a tua madre! >> Proruppe lei, baciandomi con voluttà. Il suo abbraccio mi confermò che era proprio una bella prosciuttona.
<< Anche tu sei molto bella, Anna! E che bellissimo vestito che hai! >> Ero sincero, almeno per quanto riguarda il vestito. Sulla sua bellezza non sapevo ancora, dovevo osservarla meglio, ma nel dubbio è sempre meglio fare un complimento in più che uno in meno, almeno credo.

Pensai bene di sbolognarmi subito del regalo: ne fu contentissima, o almeno, così è quello che mi diede a vedere. Con mia grande sorpresa, anche lei aveva un regalo per mia madre, e ciò significava che dovevo passare tutta la giornata con in mano qualcosa: era una situazione molto brutta, sia da vedere che da pensare. In seguito scoprì che il suo regalo era stato evidentemente preparato al momento ed alla rinfusa dopo che io le avevo comunicato per telefono che ne avevo uno per lei, ma quel che conta è il pensiero, no, e poi erano faccende di mia madre, a me poco importava.

Percorremmo giù la Tverskaja fino alla stazione di Teatralnaja. Lì prendemmo la verde in direzione Brateevo. << Ti porto in un posto splen-di-do, mio caaaaro Claudio! >> mi disse Anna, sempre sorridente e giuliva. Ero molto contento: non ero mai stato nella zona sud con la metro verde. Era una linea che ogni tanto sgorgava in superficie, per poi ributtarsi a capofitto nelle oscurità della terra: pareva di essere sulle montagne russe. L'unico problema era che avevo sempre questo regalo fra le gambe che sembrava stessi covando un uovo. Pensavo che se la mia compagna si fosse girata un secondo, avrei potuto buttarlo fuori dal finestrino. Non era un'idea stupida dopotutto. Ero sicuro che non se ne sarebbe neppure accorta.

Ricordo che sulla metro potei parlare. Mi chiese come andavano le cose a casa. Io le raccontavo a grandi linee ed un po' a ritroso, anche perché sapeva già qualcosa, e nel frattempo le studiavo gli occhi: sì, aveva degli occhi buoni... e non era neppure bruttina. Aveva uno strano viso allungato, sulla quale spiccava un naso ladygaghiano. Sì, col senno di poi direi proprio che aveva qualcosa di Lady Gaga, questa Anna Tudanova. La cosa che meno mi piacevano di lei erano i capelli, che erano di un castano spento e senz'anima, ma in generale, era una donna con il suo perché, non priva di un certo grado di fascino.
<< Ma è vero che leggi Tolstoj, Dostoevskij, e tutta quella gente lì? >> Mi domandò lei, cacciandomi le sbardelle indagatrici in faccia.
Per qualche motivo trovai la domanda un po' imbarazzante. Risposi sì di malavoglia.
<< Oh-oh-oh, ma è davvero fantastico! Ma li leggi in lingua originale? >>
<< See, buonanotte... In lingua originale non saprei neppure leggergli il numero delle scarpe >>
Scoppiò a ridere come una bomba atomica. Tutte le persone del vagone si voltarono verso di noi: io avevo ancora quest'uovo di un regalo fra le gambe e parevo Buddha. E poi non faceva neppure così ridere quella cosa del numero delle scarpe.
<< Seriamente, è fantastico... sai, è così strano per me che uno straniero legga i nostri autori e gran parte dei russi stessi non li abbia mai letto... è strano, non trovi? >>
<< Sìsì, E' strano. Dev'essere per lo stesso motivo per cui io sono a Mosca ma non sono mai stato a Roma, per dire. >>
E giù altre risate, tintinnanti come una lavatrice rotta. Quest'Anna trovava divertente ogni minchiata che sparassi.

Arrivammo alla fermata di Tsaritsino.
<< Scendi, su, su, di corsa! >> mi afferrò per la mano e mi trascinò fuori. Tutte quelle confidenze e tutto quel contatto fisico dopo pochi minuti dicevano una sola cosa: la gallinella era già innamorata, non c'era scampo. Don Juan Cardinettos De La Mancha aveva colpito ancora una volta.
<< La conosci, Tsaritsino? E' una specie di Versailles russa, venne costruita nel sedicesimo secolo... o era nel diciassettesimo? Ah, non importa, ah-ah, che stupida, scusami! Non pensare male, su! Mi pare riguardasse Boris Godunov... sìsì, lui c'entra di sicuro nella faccenda! Vedrai che meraviglia! Ci sono un sacco di spose, e di fontane me-ra-vi-glio-se, credimi! Andiamo, andiamo, veloce! Dio, come sei lento! >>
Subito fuori dalla metro ci stava un cancello che delimitava uno spazio davvero infinito di verde, fino all'orizzonte. Anche l'aria sapeva di diverso.
<< Sai, caaaaro Claudio, questo è il posto preferito per i moscoviti per venire a fare pic-nic e cose di questo genere... anche per limonare, certo, ah-ah! E' bellissimo, non trovi? Ah che stupida, ma ancora non si vede nulla, non dire niente, non dire niente, aspetta! Ah, ma perché non prendiamo anche noi qualcosa da bere? Ci verrà sete tra poco, non trovi? Sìsì, lascia fare a me, vieni, su, veloce! >>
Io non potevo proprio materialmente dire alcuna parola, neppure se lo avessi voluto. Quest'Anna metteva sì qualche punto di domanda nelle sue parole, ma non lasciava il tempo per lasciare all'interlocutore la possibilità di rispondere. Ma prendere qualcosa da bere mi parve subito un'ottima idea: da quel sorso di Stolichnaja sul treno era passato troppo tempo.

Entrammo nel solito produkty decadente d'ordinanza. C'erano patate a tutto spiano. I commessi stessi parevan fatti di patate. Montagne di patate di ogni dimensione e forma... Il mondo era diventato una patata. Stavo diventando pazzo? Probabile... Mi piaceva l'aria che si respirava, in quel produkty. Le addette al reparto macelleria tagliavano con lentezza mortifera fette di manzo sanguinolente, che cascavano con un tonfo sordo e venivano rapidamente impacchettate, e non una ruga si muoveva sui loro volti di carta vetrata.  Qualche ubriacone arraffava distrattamente lattine di birra da sessantasei centilitri, bofonchiando maledizioni dai loro denti di carbone. Una bimbetta con i capelli d'oro afferrava con difficoltà delle caramelle colorate... La mia Anna si muoveva sicura come un cane da tartufo. Afferrò un bottiglione di plastica di colore marrone e delle patatine al gusto di pollo fritto.
<< Questa birra è de-li-zio-sa, credimi! Ah ma che stupida, certo che ti va un po' di birra, voi italiani non bevete solo birra? Ah no scusa, mi ero confusa, voi bevete vino rosso, sì? Comunque hai sete, sì, la prendiamo? E' buo-nis-si-ma! >>
Anni ed anni di convinzioni che la birra in bottiglia di plastica fosse quella dei barboni della stazione ridotti in cenere. Sorrisi. Chi tace acconsente, no?

Armati col nostro bottiglione di plastica di birra e di deliziose patatine al gusto di pollo fritto, varcammo i cancelli d'entrata. Dopo cinque minuti di camminata in qualche specie di forestone con alberi secolari ed appuntiti, il panorama si schiarì un poco: era veramente un posto magnifico, una delle cose più impressionanti che abbia mai visto nella mia vita - s'intende, dopo il porno della grassona vestita con un costume da balena montata su di un peschereccio.
Era un andirivieni di declivi e dolci pendii e fontane bianche che sprizzavano acqua in cielo che ricadeva in mille frantumi rinfrescando l'aria tutta, e c'era pure una specie di laghetto con un'isola in mezzo e nugoli di anatroccoli grossi come pugni, ed alcune barchette intorno che sprizzavano amore da ogni asse, e palazzoni barocchi di quelli che pensavi esistessero solo nei libri... faceva davvero venir voglia di innamorarsi. Ma di chi? Pensai che un giorno avrei dovuto portare la Ragazza dell'Ascensore. Era una promessa che mi facevo con me stesso... Non potevo certo farla a questa Anna Tudanova.



05 febbraio 2011

Verrà l'ascensore ed avrà i tuoi occhi

Il miliziano del secondo posto di guardia ronfava alla grande, seduto come Buddha su una sediolina di sterpaglie, le mani incrociate sulla pancia satura di alcol, e così mi salvai dal dover tirar fuori per l'ennesima volta il propusk di controllo. Il propusk è una sorta di tesserino di riconoscimento: per evitare che le camere del dormitorio si trasformino in una versione con la I gutturale di un bordello di Laclos, i sapienti russi hanno pensato bene di disporre non uno, ma ben due posti di guardia. Tuttavia, questi posti di guardia sono perlopiù occupati da simpatici alcolisti i quali, profondamente rispettosi di ogni forma di amore giovanile, chiudono volentieri un occhio quando uno studente, magari sventolando qualche rublo sotto il loro naso rubizzo, vuole mostrare alla rispettiva Giulietta la sua collezione di farfalle.

Di fronte all'ascensore c'era già qualcuno in attesa: la prima cosa che notai furono le raffinate scarpe nere con notevole tacco. I casi erano due: era una donna con un buon gusto per le scarpe, e quindi molto probabilmente era una donna molto bella di suo, ma era strano, una donna sola a quell'ora del mattino... oppure, più probabilmente, considerando la mia solita fortuna nell'attirare tutti i casi umani di questo pianeta, era qualche travestito di Copacabana reduce da una nottata con Vagner Love.
Decisi stoicamente di rischiare.
Mi misi di fianco, gettandole un'occhiata di straforo in attesa che l'ascensore scendesse dagli infiniti piani del MGU: sì, era senza dubbio una donna, ed era una donna così bella che devo essere diventato al volo bianco come un fantasma. Teneva le manine incrociate dietro la schiena ed il capo leggermente inclinato a sinistra: un mare di capelli neri come china le sfioravano leggeri le spalle. Ricordo che pensai: sanno di nicotina e di lavanda. Ora non so che profumo abbia la lavanda, e dubito lo sapessi neppure allora. Non si era mossa di un millimetro da quando mi ero avvicinato: aveva una di quelle frangette dannate che donano alle donne un gradevole tocco da principesse egizie.I suoi occhi, nonostante l'ora tarda, erano altezzosi ed ardenti, e tutta la sua figura manifestava una fragile alterità che mi ubriacò in un istante.
Entrammo nell'ascensore. L'avevo vista da qualche manciata di secondi, ma ero già a buonissimo punto del romanzo trans-mentale che stavo stendendo nella mia testa: ascensore, leit-motiv di tradizione genealogica cardinettesca, tu dove vai, ah sì, il quarto, si sfiorano le mani, si incrociano gli sguardi, bacio alla Luchino Visconti, stacco scenico e panoramica in slow-motion, musica strappamutande in sottofondo, la sua schiena lievemente inarcata, i suoi capelli neri che ondeggiano, ascensore al secondo piano, c'è un prete ortodosso, un muezzin, uno sciamano africano e Lucio Dalla, ci benedicono, ci sposano e ci divorziano e ci benedicono di nuovo, ora si può baciare la sposa, voli di confetti, ci amiamo tanto, ci annoiamo, ci riamiamo di nuovo, e tutto questo nell'arco di cinque piani di ascensore ed in pochi centimetri quadrati, e quando arriviamo al sesto io premo di nuovo giù e scendiamo al primo, e la prendo in braccio e pesa come una nuvola bianca, ed emigriamo su un'isola siberiana, dove campiamo di frutta che incredibilmente matura a quelle latitudini e dove impariamo il linguaggio dei pinguini, delle foche e degli orsi marini, e dove lei mi uccide, perché sono  davvero insopportabile, e dove io la uccido, perché ha un terribile caratteraccio, ma poi risorgiamo sempre , come due Lazzari ubriachi, e torniamo ad amarci beati, a volte solo un po' annoiati, e così poi ci uccidiamo e ci baciamo e ci...
<< Hai una sigaretta? >>
Aveva una voce che sapeva di vodka e di sesso. Questa, che può sembrare una licenza poetica, in realtà non lo è: infatti, ci sono certe donne – poche - che hanno l'erotismo pure nell'alito, è qualcosa di denso e palpabile che lo percepisci solamente standole ad una certa distanza, non un centimetro di più, non uno di meno.
E comunque, quando le donne sono così belle, io, cazzo, non ho mai la battuta pronta, specie se nel frattempo vivo una delle mie innumerevoli vite parallele. Mi infilai, impacciato come un chierichetto alla prima funzione, le mani nelle tasche, finché non trovai il mio pacchetto di Winston Silver. Ne sfilai una e gliela porsi. Lei la prese senza dir nulla, oppure disse qualcosa, ma io ero talmente in estasi che non lo sentii. Aveva le dita affusolate e soffici. L'ascensore arrivò al quarto piano, le porte si aprirono e lei scivolò fuori, come una fata fatata, e poi si volse appena e disse distrattamente buonanotte, con un accento perfetto, e lì rividi per un istante i suoi occhi brulicanti: non sembrava russa. O forse sì? Erano occhi quasi da araba. O forse ebrea? Lituana, moldava, ungherese, magari georgiana?

Io volevo dirle che avrei voluto baciarla finché l'intera civiltà occidentale sarebbe crollata e dissolta in polvere, ma coglione come sono, dubito pure di averle semplicemente risposto buonanotte.

Si chiusero le porte: tirai un pugno al pannello dei tasti. Si accese qualche luce e ritornai al primo piano.
<< Hai una sigaretta >> Cazzo! … mi morsicai il labbro.
Gesù Cristo, ero proprio la pecora nera della famiglia per quanto riguardava il capitolo: sedurre una donna in ascensore e poi renderla la futura madre dei tuoi figli.

La luce nella camera di Furkat era ancora accesa. Passai dritto nella mia e mi buttai sul letto senza neppure togliermi i vestiti, afferrai il barattolo di Nutella vuoto che avevo reinventato a posacenere personale ed accesi una sigaretta: il grande pregio delle sigarette, quello di lasciarti insoddisfatto, si eleva al quadrato, quando sei già insoddisfatto di tuo.
Cercai quindi di ripensare al volto della Donna dell'Ascensore, ma per qualche strano sortilegio, era un'impresa impossibile: i contorni svanivano ineluttabilmente,  e ciò che rimaneva fra le mani era solo il bagliore dei suoi occhi ed il suo respiro caldo... un'impressione di bellezza che faceva imprecare.
Aspirai più a fondo, provando a concentrarmi più attentamente: non c'era nulla da fare. 
La sua immagine continuava ad essere uno sfuggente sogno di primo mattino.

Mi addormentai con le scarpe addosso.

11 gennaio 2011

Sesso fra cani ed esseri umani: dissertazione in forma di haiku allungato

O si scrive o si vive, diceva qualcuno. Io infatti non faccio né l'una né l'altra, ed in questi giorni sto fortemente obbligando a me stesso di fingere di stare studiando, per tranquilizzare qualsiasi tipo di eventuale rimorso di coscienza, anche se per avere rimorsi, prima bisogna avere una coscienza. 
Ora devo scrivere un qualche saggio su Dostoevskij, e per farlo userò il vecchio metodo di Cardinetti: cercarne uno già fatto in un altra lingua e tradurlo nella lingua richiesta. E' un metodo che funziona perfettamente e che consiglio a tutti. E' uno spreco di energie inutili scriverne uno di proprio pugno, d'altronde, che ne sappiamo noi, con le nostre piccole menti mortali, di quello che  un genio assoluto come Dostoevskij voleva dirci? E di certo, tutto ciò che si può comunque affermare sull'argomento è già stato ampiamente trattato da persone con molti più pezzi di carta di noi, quelle che dicono che il caffè è il locus amoenus degli intellettuali, che fumano la pipa con il bocchino a sella ed indossano il basco mentre ascoltano jazz ai circoli letterari. Lasciate a loro questi affari che non valgono nulla, voi dedicatevi ad occupazioni molto più importanti, come contare le nuvole o guardare i treni che passano, perché il principio di economizzazione funziona  in ogni campo del sapere umano, specialmente nella lingua scritta.
Non disperdiamo entropia.

Per rendere ancora più coerente il bel quadretto del sottoscritto agguerrito studente amante delle Belle Arti, oggi ho finalmente tolto il pigiama e sono uscito all'aria aperta. Anche la luce del sole invernale può dar fastidio, quando si divide la maggior parte del proprio tempo chiusi in un buco con un uzbeko pazzo. Mi sono diretto alla Biblioteka Imeni Lenina, quella dove, mi pare, è apparso il Diavolo volante di Bulgakov, o qualcosa del genere. Uscito dalla metro, mi sono imbattuto in due cani randagi che si odoravano con particolare soddisfazione i reciproci culi. Tutte le persone attorno a me hanno cominciato a camminare a quattro zampe ed a odorarsi vicendevolmente i culi. Alcuni di loro alzavano semplicemente una gamba ed iniziavano a pisciare vicino alle scale della biblioteca. Il mondo era diventato estremamente divertente: io ho tenuto un sorriso da malato di mente per tutto il giorno, ed il mio saggio di Dostoevskij è avanzato di pochissime righe.
Ma in fondo, che importa? Dostoevskij è fiero di me.

"Uomo, non ti esaltare al di sopra degli animali: essi sono senza peccato mentre tu, con tutta la tua grandezza, insozzi la terra con la tua presenza e lasci dietro di te le tracce della tua sozzura."

30 dicembre 2010

Riflessioni londinesi e rapporti sessuali fra lombrichi: approccio e sviluppo in parti ineguali

Ci sono esattamente tre cose che mi piacciono a Londra, e nessuna di queste tre cose sono musei. In realtà non ho mai capito come le persone possano apprezzare i musei, fare commenti entusiasti ed addirittura paragoni, quel museo è più bello di quell'altro e cose di questo genere [...]

06 dicembre 2010

Il Real McCoy, part.2

Il grosso problema dei Mojito moscoviti sta nel fatto che ci mettono troppo poco zucchero, o meglio, che non ce lo mettono per nulla: sorseggiandolo, assumi un'espressione schifiltosa che ha comunque un certo fascino su una fascia ristretta di pollame,  fascia che in men che non si dica si troverà ben presto ben disposta a concedere le sue grazie uterine a cotanta arroganza vitale degna di un Tony Montana post-moderno, specie se nel frattempo ti appoggi al bancone con il tuo glorioso gomito sinistro - e che non si dimentichi di sbuffare! Lo sbuffare è importantissimo in questi casi.
Quando passa una sublime eto ljubov' di Alla Pugacheva remixata da Dj Lebedev, in sala si scatena il delirio: le oche schiamazzano e saltellano in preda a crisi epilettiche, gli astuti scimmioni si dispongono accuratamente nei punti strategici del campo di battaglia, pronti ad usufruire degli slanci ormonali delle mucche in transumanza - ed il Cardinetti, questo leggiadro pascitor d'armenti, questo direttore d'orchestra d'anime, questo sergente di ferro e sangue, non è certo da meno, e si va a parare proprio vicino all'enorme finestrone che dà la vista sulla Kudrinskaja, da dove si gode di una vista pari a quella della Madonnina del Duomo.
<< Ma-a-a tu se-e-e-i... Enrique Iglesias!! >>
<< Eh, ma zitta bambola! Non vorrai mica farmi scoprire da tutti! E tu invece come ti chiami? >>
<< Io... Sabrina! Io m-i-i-i chia-chia-mo Saaaabrina! >>
Sabrina, uh? Un nome molto russo, peccato per un alito da cammella yemenita. Io in queste situazioni kafkiane non so mai che dire, m'innervosisco e solitamente finisco per tirar fuori il portafoglio ed offrire da bere. Ma non questa volta, eh no, puttana troia.

<< Sabrina (la prendo gentilmente per il braccio), lo vedi quello lì, quello vicino al bancone, quello che sta parlando con quel tizio alto coi capelli neri, quello con cui stavi ballando poco fa? >>
 << Oh-oh-oh, Enri-i-i-que Igle-e-e-esias!! >>
 << Sì, brava, lui, Enrique! Il suo amico con gli occhiali è un altro cantante, forse tu non lo conosci ancora ma negli USA è molto famoso, si chiama Mark Simmons, non lo conosci vero? Beh, insomma, è la sua prima sera qui a Mosca ed è molto timido, ma ti ha notato subito appena siamo entrati e vorrebbe da morire conoscerti! Perché non vai là tu per prima? >>
 << Eh-eh-eh ci vado su-su-bito! Mark Simon, Mark Simon! >>

Gondry, inquadratura: rallentato alla Matrix. Cardinetti volge il capo: il capello ribelle ondeggia ed emana afrori di Ceylon, soggettiva: che guarda Cardinetti? Zoom: personaggi in grigio, fanciullina in rosso, sfrangiata nera come la notte, linee morbide come caramelle, sorride, cenno con la mano: dai, vieni! Cardinetti, vincitore del XXXIII concorso “castelli di sabbia” tenutosi ad Alassio (era il castello di sabbia), si muove, a passi armstronghiani. Soggettiva dalla fanciulla: un beota dagli occhi a cuoricino che gli si avvicina... e poi bum! 
Il mondo riprende a scorrere secondo le tradizionali categorie aristoteliche, l'angelo mi afferra gli occhiali e li indossa, o meglio, li tiene sulla punta del naso, la visione è celeste e rinsavisco, un sorriso da pubblicità della Mentadent e le afferro la mano destra, e là! Un 360° di benvenuto, e di qua! Un casquet con riavvolgimento di pellicola finale, ed ancora, gamba incrociata con disposizione a sogliola in amore, e marciamo verso il finestrone, e là! Un'adorazione del totem inversa, e lei, mica resta a guardare! Mi mostra la Titanic, segretissima skill nota solo alle elette, ed una controadorazione da Serie A, abilmente agevolata da una pregevolissima Mano del Papa, che percorre la schiena sinuosa come un pio pellegrino per le strade di Medjugorie.
Sono costretto ad interrompere questa commovente rappresentazione di beatitudine celeste: il canottone anti-freddo sotto la camicia sapientemente sbottonata di un solo bottone inizia a fare il suo effetto e grondo sudore come un idrante di Babilonia. E' necessaria una bibita.
<< Ti va di bere qualcosa? >>
Ah, Cardinetti, la tua gentilezza è seconda solo alla tua stupidità! Ah, ma al diavolo i soldi! Che cazzo sono poi? Pezzi di carta a cui diamo un qualche significato, ma in sé sono della stessa natura dei pezzi di carta con cui ci puliamo il culo. Ah, al diavolo! Angelo mio, beviti quello che vuoi, butta giù l'intero locale e l'intera riserva alcolica moscovita, Babbo Cardiné è qui per te, Babbo Cardiné per vedere quella frangetta sorridere venderebbe un rene, ah! Più in fretta! Parliamo e balliamo e danziamo e crepiamo sul tetto del mondo, più in fretta, più in fretta! ma io, se vuoi, crostatina dolce, ti porto a Krasnoyarsk e ti sposo così su due piedi, mi imparo il rituale ortodosso in taxi, oppure cosa sei, musulmana? Mi imparo ogni cosa che vuoi, fragolina celeste, ti recito il Corano pure a versetti alterni se vuoi, mio dolce cavolino di Bruxelles, mi inginocchio ad ogni ora del giorno e faccio Ramadan almeno una volta al mese! Butto al cesso la mia fede in un secondo, se vuoi, goccia di neve, mi invento pure una nuova religione solo per me e te, se vuoi, biscottino di zenzero! Scriveranno di me “Cardinetti, il Grande Peccatore, convertito all'Induismo per amore!”, e scriveranno di te... a proposito, ma come ti chiami? E chi se ne frega, scriveranno di te “Cherubina beatifica la vita del Grande Peccatore”, e ti faranno santa, martire, patrona! E, e, e...
<< Dovresti pure parlarci, con le donnine, dopo che le hai offerto da bere. >>
La voce maestroniana mi riporta a terra.
<< Uh?! >> ribatto io, stralunato.
La puttana aveva già finito il Sex On The Beach e si stava strusciando con un altro.

04 dicembre 2010

Il Real McCoy, part.1

Il Real McCoy, localino che ai tempi mi fu specificamente segnalato nella guida fornitami dal buon Tobe, impareggiabile amico che, bontà sua, campò qui per un intero anno, si trova un poco imboscato sulla Kudrinskaja, vietta che taglia il Sadovoje Kol'tso, e si trova facilmente uscendo dalla metro Barrikadnaja. Di notte la zona si riempie di baracchini di uzbeki venditori di shashliki e di taxi più o meno ufficiali che strombazzano come cani infuriati per poter caricare per primi i rifiuti semideambulanti che progressivamente vengono cacciati fuori dal locale, ma a conti fatti, a meno che a far di conto non ci sia qualche capra timorata di Dio, la zona è tranquillissima, ed infatti il Cardinetti, che sfoggia un paio di pantaloni bianco shocking da far invidia al Costantino Vitagliano dei tempi d'oro, si fa largo fra gli stuoli di musi semigialli grondanti pezzi di carne dalle labbra alla guisa del Mosè durante l'apertura del Mar Rosso.
Avvicinandosi all'ingresso, lo sherpa camuno spiega all'ignaro yankee una delle basi fondamentali del gozzovigliare moscovita: il face-control.
<< Ingresso gratuito, come in Estonia. Ma lo vedi quel tizio grosso all'ingresso? E' lui che decide chi entra e chi sta fuori. Solitamente agli stranieri di nazioni grosse non fanno troppe storie, comunque lascia fare a me e tu non dire nulla. >>
 Mark si caca in mano. Ha scritto in faccia di essere del New Jersey. Face-control, ah? Pensa alla Siberia, arcipelago Gulag, niente più wi-fi, i Dallas Cowboys vincono il Superbowl, Obama rivela essere un travestito, invasione di alieni, Keis diventa cristiano...

<< Otkuda vy? >>
<< Italia! Ah ah!>>
<< Aaah, italiano! prohodite, prohodite!>>
Il Real McCoy, che di giorno è un tranquillo ristorantino per annoiati uomini d'affari, nelle sere dei weekend si trasforma nella bolgia dei dannati: Capaneo in console spara trashisshimi pezzi anni gorbacioviani, con una spolveratina di Zucchero e una cucchiaiata di Celentano remixato da un giostraio sbronzo di Ufa, nella dancehall, che in realtà non è dancehall affatto, ma è uno spazio ricavato dall'aver rimosso i tavoli solitamente adibiti al ristoro, si arruffano i lussuriosi, e qui Paride ed Elena, e qui Paolo e Francesca, e qui Didone e... e qui Didone e Maestroni, solo che la Didone in questione non ha mica gli occhi da kazaka: par quasi di Pskov, o di quelle zone lì a metà strada col confine estone, ed io su queste cose antropologiche sono bravissimo ed ho un margine d'errore di dieci chilometri, per cui al limite estremo può essere di Ljubjatovo.
Quando il fisioterapista mi vede, ci manca poco che non sputi il Long Island che tiene in mano in faccia alla sgarza: con un rapido gesto del suo possente braccio, scaccia la malcapitata come se fosse un cazzo di moscerino capitatogli in una notte afosa sul fiume Brembo e mi si avvicina, ovviamente arricciandosi la folta chioma leonina.
<< Non ho voglia di spiegarti niente, stronzo. Starò qua sei mesi, forse più, forse meno, se mi getteranno anzitempo nella Moskva, per cui vediamo di far fruttare questo tempo, visto che finalmente siamo qui, ok? Chi è quella? >>
 << Chi, la bionda? Ma che cazzo ne so, mi si è attaccata al culo da dieci minuti. Deve aver notato quanto apra facilmente il portafoglio per prendere bere. E' già mezza ubriaca, lo vedi? non si regge in piedi, prima che ti vedessi continuava a gridarmi nell'orecchio che era contentissima di stare ballando con Enrique Iglesias. Muy felitse mi fa, la capra. Enrique Iglesias, oh! Se ti sbrighi quella è tua, non devi neppure portarla... a proposito, ma dove cazzo stai? Morto di fame come sei sei capace di startene sei mesi nell'Aleksandrovksij Sad coprendoti coi cani randagi! Se sei venuto a scroccarmi un posto caschi male, perchè ci manca poco che debba dormire già in piedi di mio. Ah, fanculo, non dirmelo, ne parliamo dopo... dicevo, dalle pure una ripassata nei bagni, il buttafuori è mio amico e nessuno verrà a romperti il cazzo. Ma vacci piano e fila sul sicuro, che quella è più carica di malattie del Gange. Ce li hai, vero? Aspetta, dovrei avercene... No, niente... boh, forse c'è il distributore nei cessi. E vaffanculo, mica eri te quello che diceva sempre che voleva morire? Montala a secco e cadi da uomo. Al massimo vengo a controllare io, nel caso mi venisse voglia di farmi dare una smanettata, sai, non si sa mai con questo freddo, e poi... Cristo! scusa se parlo troppo, ma mi capisci, porca puttana! >>
<< Zero. Sai che non amo quelle a cui puzza la fica. Piuttosto, andiamo a bere qualcosa che ti presento Mark. Magari la molliamo a lui, ti ho mai detto che gli americani vanno pazzi per le passere sbronze? >>

02 dicembre 2010

Il mio compagno di camera, part.2

Furkat è così magro che la sedia coi braccioli su cui poggia le sue fragili chiappette rachitiche pare inghiottirlo, i suoi occhiali, mezzi storti e continuamente bisognosi di essere sistemati sul naso con l'indice della mano destra, presentano una curiosa particolarità: la lente destra è estremamente più spessa di quella sinistra. Considerando che io sono completamente cieco dall'occhio opposto, direi che formiamo proprio una bella coppia di menomati fisici. Ha capelli lunghi, fini come spaghetti ed unti come frittelle del Giovedì Santo, che gli raggiungono le spalle, ed io m'immagino che shock sarà se per caso lo dovessi incontrare mezzo addormentato di notte mentre mi accingo a cambiare l'acqua al Redentore.

Come mai sei qui, italiano?

Mi parla in inglese, sottovalutando le enormi capacità nella lingua di Tolstoj che ho rapidamente affinato durante il mio soggiorno in territorio baltico.

E' una bella domanda. Forse è meglio che te lo spieghi un altro giorno... comunque parlo un po' di russo...

Non mi interessa. Preferisco migliorare il mio inglese se non ti dispiace, italiano.

No, che, a me? figurati! Basta che non parliamo in uzbeko!

Ma Furkat non ride, anzi, torna a guardare lo schermo, dove nel frattempo è arrivato pure un rospo. Effettivamente non è stata la battuta più felice della mia lunga carriera di pluripremiato umorista preraffaelita. Raccolgo quindi i miei due stracci e le mie espadrillas umide e, silenzioso e umiliato come un ratto gigante di Bucarest, me ne ritorno nel mio scalcagnato buco.

La doccia: ho chiaramente dimenticato i miei preziosi infradito griffati Calvin Klein, comprati per 9,99 euro al Coin di Bergamo, e sono quindi costretto, almeno per il momento, a poggiare i miei divini piedini, che tanto terrore sparsero sui campetti spelacchiati di tutta la bergamasca, su aitanti incrostazioni di color giallognolo che spuntano come funghi dal pavimento del bagno. La doccia è ovviamente sprovvista di tendina riparatrice, ed io, che già trasformo tutto nel lago Bajkal quando tale tendina è presente, non oso immaginare che cosa salterà fuori al termine delle mie meticolose abluzioni. Insaponandomi con estremo piacere l'Omega, mi scappa una timida bestemmietta: questo ph sovietico evidentemente non mi si addice. Speriamo che Furkat non mi abbia sentito.

Profumato come una escort minorenne prima di fare le piroette sul lettone di Papi Berlusconi, mi dirigo al terzo piano, dove pare sia collocato il figlio di puttana americano. Stanza 166, un numero che mi ispira dolci ricordi. Dovrei smetterla con 'sta storia dei numeri perchè mi fa sentire un accanito lettore della Torah.

Deja vu: me lo ritrovo di fronte al laptop intento a guardare una partita di quelle seghe umane dei Dallas Cowboys. Ricordo quando cercò di spiegarmi le regole del football americano, durante una solitaria notte estone: incomprensibile come il teorema di Ruffini, questo sport balzanissimo costellato di interruzioni pubblicitarie.

Tu quoque, Mark? Lo yankee pare notevolmente cambiato dall'ultima volta che lo incontrai: non più quei banalissimi capelli lunghi da hippie post litteram, ma uno sbarazzino taglio sfilato, molto simile ad uno di quelli con cui feci intere stragi di estrogeni durante l'indimenticabile annata 2006/2007, anno in cui il Cardinetti raccolse le seguenti onoreficenze che vado ora ad elencare:
  • Primo classificato nella categoria "Sedurre donne sessualmente frustrate".
  • Primo classificato nella categoria "Composizione di opere letterarie volte all'ottenimento dei favori delle suddette donne sessualmente frustrate".
  • Premio della giuria "Miglior elocutio degli ultimi 500 anni, Concilio di Trento compreso".
  • Nota di merito per la scoperta della skill danzandi "No-look con castigo finale".
  • Primo classificato ex-aequo nella categoria: "Riscopritori dell'importanza del Triangolo nella vita moderna".
  • Laurea honoris causa all'Università del saltare sessioni d'esame.
 Salto i convenevoli perchè non interessano a nessuno, e d'altronde non siamo neppure due che amano farli. Ritengo sia molto più importante sapere chi sia il suo coinquilino.

Mah, uno strano tizio, pare sia lettone, ma non parla molto bene né inglese né tantomeno russo... Guido, Gvido, dunno...

Sempre meglio che avere un pederasta zoofilo, gli fa il Cardinetti, lingua tagliente come una lama Mach 3 di quelle che usava il Cannavaro.

James Fenimore Cooper mi chiede se me la sento di uscire subito stasera. Ma che cazzo di domande, sei proprio uno stupid Amerrecano tu! Cardinetti, il vitalista del 2050, l'Andrea Sperelli degli straccioni, l'Arthur Rimbaud dei mentecatti, non se ne sta mica chiuso in cameretta nella sua prima notte moscovita, ah no porca puttana in fregola, specie se a distanza di un muro c'è un ussaro uzbeko intento a guardarsi il Discovery Channel in formato porno!
Prendo il suo computer. Babbo Maestroni è in linea. Il piano è far finta di nulla e chiedergli dove passerà la serata, giusto così per far rosicare me, povero disgraziato dimenticato nel mio paesello bergamasco, mentre invece, zac, gli parerò d'innanzi così d'amblè, a quello stronzo che aveva ancora da invitarmi a raggiungerlo.

Pare che l'ottimo massaggiatore di chiappe altrui dall'impercettibile accento della Val Brembana porti la sua ultima fiamma, che se non ricordo male m'aveva detto essere una mezza kazaka dal nome di Ksyusha (!) al Real McCoy. L'ottimo massaggiatore di chiappe altrui dall'impercettibile accento della Val Brembana è sempre stato un tipo abitudinario.