03 giugno 2011

sono morto e risorto qui:
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07 aprile 2011

Se il vostro ragazzo vi dice che si è lavato le mani dopo essere stato al bagno, beh, allora il vostro ragazzo è un bugiardo, non vi ama ed al lunedì invece di andare a calcetto, se ne scopa una con la quarta di reggiseno

C'è un modo estremamente efficace per distinguere un vero uomo da un glabro eunuco: basta osservare il suo comportamento in un bagno pubblico - se si dirige verso gli orinatoi, o come diavolo si chiamano quei cessi attaccati alla parete, allora potete tranquillamente permettergli di chiavare la vostra amata cuginetta, perché non le farà alcun male e la tratterà sempre da vera principessa. Diffidate invece da chi si nasconde dietro le porte dei cessi, a meno che non desideriate un compagno di vita che sulle soglie della mezza età sentirà il profondo desiderio di farselo mettere nel culo dal travestito boliviano all'angolo: un uomo che si vergogna di mostrare con fierezza il proprio pene ai suoi simili durante la minzione, infatti, nasconde il più delle volte una grave forma di omosessualità latente o, ancora peggio, soffre di gravi complessi al fallo.

Io ricordo sempre con grande piacere la mia prima volta ad un orinatoio: successe nei bagni dello stadio di San Siro, dovevo avere cinque o sei anni. Avevo bevuto il solito litro gigante di Coca-Cola e la mia povera vescica di cinquenne non ce la faceva proprio più: la partita doveva ancora iniziare, c'era un sacco di gente – forse era un derby - e la fila per i cessi tradizionali era così lunga che me la sarei di certo fatta addosso, se avessi aspettato il mio turno. Allora mio padre mi indicò qualcosa che non avevo mai notato prima: degli strani cessi volanti, popolati da uomini a capo chino, le gambe lievemente divaricate e le braccia protese in qualche punto davanti: li guardavo incuriosito, come fosse un negozio di caramelle proveniente da Marte, quando ecco che uno di loro si tira su la cerniera, si strofina un poco le mani e se ne va, lasciandomi via libera.
Questo cesso volante era angosciosamente alto, di un colore che originariamente doveva essere bianco perla, ma che ora tendeva più al giallo canarino, ed in più mandava un puzzo terrificante: era una cosa disgustosa, ma era una cosa nuova, pertanto estremamente affascinante. Mi tirai giù religiosamente la cerniera come avevo visto fare all'uomo che mi aveva preceduto, srotolai la fanfara, mi alzai un poco sulle punte per prendere meglio la mira, e bum! feci fuoco... ma il rumore che ne saltò fuori fu tremendamente moscio: niente in confronto a quelle vere e proprie cascate del Niagara che sentivo dai miei compagni d'avventura di fianco a me... ero delusissimo. Improvvisamente l'unico desiderio della mia giovane vita era quello di diventare grande, per avere un getto potente come il loro, come quello di questi uomini che continuavano a stare a capo chino, e contemporaneamente borbottavano qualcosa con il vicino, o con l'amico che aspettava poco distante. Parlavano di calcio, e poi di religione, e poi di animali, animali perlopiù di fattoria che mi piacevano molto. Non mancava nessuno all'appello: c'era Dio, c'era Gesù, ed ogni tanto c'era pure la Madonna. Io avrei tanto voluto partecipare alla conversazione, perché a catechismo a quei tempi ero bravissimo e sentivo di poter dare molto a quei nuovi amici, ma una strana timidezza mi avvinghiava contro il mio cesso volante e m'impediva di parlare.
Avevo finito: mi ricordai stranamente di tirarmi sulla cerniera e mi guardai un attimo attorno, fiero ed allo stesso tempo intontito, dalle novità e dal puzzo: notai che tutti i miei compagni evitavano accuratamente di fermarsi al lavandino, pensai che così facessero i grandi e mi adeguai anch'io: le suore dell'asilo dovevano avere torto marcio con tutte le loro cazzo di tradizioni igieniche.
Mio padre mi passò lieve una mano fra i capelli e mi disse di accelerare il passo, perché stava per iniziare la partita. Io camminavo fra la folla infrettolita tronfio come un pavone, una miniatura ridicola di Mosè che attraversa il Mar Rosso: ero finalmente diventato un uomo, niente poteva fermarmi.

A questo pensavo mentre aprivo le porte dei bagni del Karma Bar: l'aria era profumata di viole e l'atmosfera era silenziosa, si udiva solamente qualche goccia che cadeva in lontananza. C'erano quattro orinatoi, ed uno solo era occupato: il primo di destra, un uomo in giacca nera, dai capelli spettinati ed unti, sempre con le consuete gambe lievemente divaricate ed il capo chino, che pareva stesse blaterando con il suo cazzo.
Si poneva un problema: la scelta dell'orinatoio. Quale scegliere fra i tre rimasti liberi? La maggior parte delle persone sceglierebbero il primo di sinistra, e questo non mi sorprende, perché la maggior parte delle persone sono irrimediabilmente stupide: scegliere l'orinatoio più lontano rivela infatti profonda insicurezza di sé ed infrange uno dei capisaldi del codice segreto del Genere Maschile. La risposta giusta è: il secondo da sinistra. La regola generale da seguire è la seguente: che ci sia un cesso di distanza fra un pene e l'altro, ma mai più di due, ovviamente da calcolarsi sull'affollamento presente: se tutti gli orinatoi sono occupati e siete spalla a spalla con qualcuno, ricordatevi la semplice regola di tenere il collo rigido di fronte a voi e di non inclinare mai il capo, né a destra, né a sinistra, e nonostante questa rigidità di postura, ricordate di essere sempre pronti alla conversazione, perché ciò di cui si discute nei bagni sono il più delle volte autentiche perle di saggezza che andrebbero tramandate ai posteri, ed è così che mi accingo a fare anche io, nel mio piccolo.



Insomma, attacco con il rituale: gamba divaricata, ricerca, srotolamento, mira, fuoco. Fischietto. Ah, com'era bello! Ah, che paesaggi che vedevo!  Dovrebbero inventare il modo per prolungare la durata della minzione, che so, farla diventare di due o tre ore, tramite qualche marchingegno speciale a neutroni. La gente starebbe molto meglio e sarebbe più felice. Rido fra me e me di quella idea di una pisciata di due ore, ah, Cardinetti, tu sì che la sai lunga! La risata attira l'attenzione del mio collega di bagno. Lo vedo con la coda dell'occhio che si è voltato a sinistra... vuole dirmi qualcosa.
<< Escus me... are you from Karma Bar? >> Inglese terribile. Ubriaco marcio, forse fatto. Occhio vitreo e perso, pare che gli caschi fuori dalle orbite.
<< N-n-n-oooù... >>
<< Good... d-d-d-o you haaave... have some dra-aaaaks? Saaame pi-pi-pi-pi-lls? >>
<< Nahh, I'm really sorry, dude >>
<< Mebbe... you-u-u know where I can finnnn... f-AAAAA-ind dem? >>
<< I've no idea, I'm sorry, I'm not from Moscow >>
<< I see... And where are you froooum? >>
Ormai aveva completamente perso qualsiasi cognizione spazio-temporale. Se ne stava di fronte a me col pipino in bella vista, fissandomi con quegli occhi strizzati e senza vita.
<< I'm from Italy... close to Milan >>
<< MA PORCA PUTTANA, ma proprio un italiano dovevo beccare?! >>
Grassissime risate dell'amico tossico. Par riprendersi d'un colpo, come se si svegliasse da un incantesimo: rimette in gabbia il passero, si avvicina e mi tira una sonora pacca sulle spalle che ahimé non riesco proprio a scansare. Sorrido anch'io: in effetti era proprio una situazione divertente e surreale, uno straccione di quarant'anni di Verona che mi chiede se ho della droga mentre piscio in un cesso di un locale di Mosca... solo a me poteva succedere. Altre pacche sulle spalle, qualche nota introduttiva e autobiografica e ci lasciamo, spiritualmente più ricchi, moralmente più felici, internamente più vuoti.

Amico Marco di Verona, se mai dovessi leggere queste parole, sappi che il ricordo del tuo sguardo perso e del tuo inglese zoppicante me lo porterò fino alla tomba, come se tu fossi una sorta di grande fica vogliosa proveniente dalle più sperdute regioni della Baschiria Orientale. 


31 marzo 2011

La Vita Agra

Questa storia della provenienza turca non era la prima volta che saltava fuori. In effetti, l'unione dell'apprezzevole passione per le lampade facciali del Maestroni alla mia disdicevole pigrizia nel farmi la barba, ci rendeva una bizzarro duo più simile a mercanti di stoffe di Ankara, piuttosto che ad allegri studenti un po' scemi della Pianura Padana.
<< Devo smetterla con queste cazzo di lampade. >>
<< Ah, Italians? Che strano, non l'avrei mai detto! >>
Parlava solo la bionda. Subito si presenta: Olesja.
Olesja non era un bel nome: aveva un che di rotondo e di infido. Il software era tipicamente russo: bionda come un cherubino, la pelle bianca di latte, i denti perfetti, lo sguardo arrogante, una di quelle che quando fanno le foto davanti al Colosseo tirano fuori il culo e si mettono di tre quarti con la bocca a cuoricino. L'amica castana era più carina: era chiaro che subiva l'influenza ed il carisma da oligarca di questa Olesja: ci guardava con questi grandi occhi spalancati come un pulcino bagnato, sforzandosi di sorridere quando il discorso le pareva richiedere una risata generale. Dietro a quel muso da brava bimba non si nascondeva certo una mente eccelsa, questo era fin troppo palese.
<< Scusate la domanda, ma... siete gay? >>
<< Solo nei giorni festivi. >> Faccio io. Risatina della castana. Ancora non si sapeva il suo nome.
<< Lo sapete, vero, che al Propaganda stasera c'è la serata gay? >>
<< No, cazzo, che non lo sapevamo! >>
Comunico la triste news agli altri amici. Said e Sultan non la prendono certo bene: Allah ama ancora meno gli omosessuali di quanto non li ami il nostro buon Dio. Che fare quindi? In effetti tutti questi uomini variopinti attorno a noi dovevano suggerire qualcosa... ah, perdiana, se solo avessimo un po' di quel che si dice: intuito femminile
Mentre discutiamo dei futuri passi, Said si allontana dal gruppo e si avvicina ad Olesja, la scruta un po', se la studia, dall'alto in basso, da destra a sinistra, come se fosse un bel manzo d'esposizione al mercato della carne di Teheran, e con il suo inglese zoppicante attacca:
<< Ma... quanto vuoi? >> Serio e franco come un esattore delle tasse. Questi musulmani mica si fanno fermare da nulla, è gente cresciuta nella polvere, gente con le palle quadrate.
Olesja però pare non condividere la mia positiva visione del mondo musulmano, ed infuriata come un toro castigliano per il terribile misunderstanding, buttando fumi neri dalle narici, prende per mano l'amica castana, ci intima, o meglio, ci comanda, di seguirla, invito circoscritto agli uomini battezzati secondo il rito cristiano lì presenti, ed è così che, senza capirci nulla, ci ritroviamo in mezzo alla strada con il pollice fuori, alla ricerca di un taxi che ci avrebbe portato Dio solo da dove, taxi che ovviamente non tarda a fermarsi: la contrattazione è rapidissima, Olesja tira fuori un portafoglio il cui valore di mercato supera di gran lunga tutti gli stipendi che vedrò da qui alla fine dei miei giorni e con un terribile dito da imperatore romano ci indica di sederci nei sedili posteriori: sprofondiamo come sacchi di patate irlandesi sulle poltroncine impolverate di questa macchina bellissima, un fulgido esempio di nido per acari su quattro ruote motrici.
Staremmo stretti in quattro, figuriamoci se siamo, compresi il guidatore – kazako d'ordinanza dai capelli untuosi come brillantina – in sei. Olesja si mette davanti, e ci mancherebbe altro, chi la contraddice quella? Noi uomini dietro, e la pischella castana sulle mie gambe: questa disgraziata muta ha un terrificante culo a mela della Valtellina, ed io devo far ricorso a tutte le mie migliori arti magiche per non cadere in oscuri pensieri ed in situazioni più o meno disdicevoli: penso a Margherita Hack che mi prepara una frittata con i wurstel in perizoma, penso a Rita Levi Montalcini in giarrettiere nere che mi declama William Butler Yeats, penso a Luciana Littizzetto che mi fa un massaggio cinese. Dopo ogni curva, che il nostro kazako volante prendeva a velocità costantemente troppo sostenute, la bella fanciulla si strofinava sempre un poco per riprendere la posizione originaria, proprio come un serpente od uno spazzolino da denti, e la situazione, nonostante la mia solita enorme buona volontà e purezza di spirito, si andava complicandosi a ritmi esponenziali.
Grazie a Dio, non impiegammo molto tempo a raggiungere la destinazione decisa dalle nostre simpatiche compagne: il cosiddetto Karma Bar. La bionda Olesja sgancia il pattuito con il guidatore, mentre noi, per confermare ancora una volta la nostra nomea di veri gentlemen, non facciamo neppure la scena di tirar fuori il portafoglio, trincerandoci dietro a veri o presunte insormontabili barriere linguistiche. La castana, che nel frattempo mi aveva detto il suo nome – Olga – si leva dalle scatole, con grande sollievo di Fernandello, elargendo il solito mezzo sorriso da allegra bifolca. Mi sgranchisco le gambe e faccio tornare il sangue in posti più consoni.

Dico a Mark: scrivi ai musulmani e digli di raggiungerci qui. Mi dispiaceva un sacco averli lasciati fuori dal Propaganda, senza una spiegazione, e poi dovevo ancora stringere la mano a Said per l'epica scena che ci aveva donato. Nel frattempo, Olesja barbuglia con i buttafuori. Pare ci siano grossi problemi a farci entrare. Dovevano essere le nostre facce da muezzin. Brutta storia quelle barbe. Escono i prezzi: duecento rubli per entrare. Considerando che di solito pare che se ne paghino solo cinquanta, la differenza è notevole, ma a noi, in fondo, che ci importa? Tirando fuori le banconote dovute con la nonchalance dei migliori esteti inglesi, eccoci spalancate le porte di questo misterioso locale.

Karma Bar: ricordo che varcato l'ingresso, c'era una grande stanza bianca e spoglia, fresca d'intonaco, dove ti mettevano il timbro sulla mano, come se fossimo stati un'allegra mandria al pascolo. Ed io pensavo: duecento rubli per un locale che inizia con una specie di aula per conferenze? C'era qualcosa di strano. Poi ci imbucammo da qualche parte a sinistra. Finimmo in una specie di tunnel traballante. Pareva un posto in ristrutturazione. La cosa si faceva sempre più squallida e pericolosa, pertanto bellissima. Le sgarze camminavano sicure dinanzi a noi, io guardavo il Maestroni e non sapevo bene che pensare. In lontananza cominciava ad udirsi della musica negroide: molto bene! Apparirono i primi cuscinoni adibiti a poltrone. Facce poco raccomandabili fumavano narghilè cianciando di cose incomprensibili, le fanciulle erano tutte d'alta classe e gli uomini indossavano camicie slim con il primo bottone aperto a mostrare i loro glabri petti bianchi, cosa inaspettata per i locali da pezzenti che eravam soliti frequentare: l'aria era gonfia di chissà che fumi che ti riducevano all'istante le aspettative di vita di quattro anni buoni.

Karma Bar: finalmente ci siamo. Arredato in gusto orientale, è costituito essenzialmente da due spazi: da una parte ci sta il piano bar, con divanetti dove la Mosca-da-bere butta giù costosi cocktails, dall'altra ci sta il dance-hall, musica prevalentemente hip-hop. C'era una sorta di spazio lievemente sopraelevato che però al momento del nostro ingresso risultava ancora totalmente vuoto. Nella variegata clientela che scuoteva il culo su quelle canzoni terribili risaltava qualche sparuto nero vestito in abiti larghi, e me li ricordo bene perché quelli furono i primi neri che vedevo dopo un sacco di tempo, ed anche perché ballavano proprio come dei neri.


Tutto quel fumo passivo mi aveva fatto venir voglia di rinfrescarmi il gargarozzo. Ordinai il Coca-Ballantine d'ordinanza e mi sedetti con il mio solito tono da Strindberg annoiato, fedelmente seguito dal buon Maestroni. Si vedeva che c'era qualcosa che lo turbava: credo stesse avendo qualche pensiero poco cristiano sulla bionda nazista, che era proprio una donna bellissima, ma di una bellezza che quando arrivi sul traguardo ti accorgi che è ben poco diversa dall'effetto di quattro cubetti di ghiaccio calati nelle mutande. Luca era giù di corda perché la puledra si era sin da subito intrattenuta con un gagliardo cinquantenne dal portamento superbo, con la barba finemente curata ed il baffettino leggiadro, e se la mia precaria vista non mi stava ingannando, si era immediatamente fatta offrire un cocktail, non degnandoci di una parola.
<< Affanculo queste capre maledette, io me ne vado di là a vedere com'è la situazione. >>
Gli feci un cenno con la mano per fargli intendere che preferivo rimanere seduto lì, gesto che intese al volo, d'altronde, non si è stati compagni di banco per niente.
Dopo pochi minuti, ecco che lo sgabello che era del Maestroni viene preso dalla bella Olga, che mi guarda con questi occhi da cerbiatto scemo. Forse mi vuole far intendere che vorrebbe che io le offra qualcosa da bere, ma evidentemente non ha ancora capito che Cardinetti non offre da bere alle donne stupide, e così, per riempire i vuoti dati dall'assenza di un bicchiere nella sua manina smaltata di rosso carminio, attacco a blaterare le prime stronzate che mi vengono in mente. Parlare con queste creature è una delle cose più semplici del mondo, basta cercare di mettere ogni cosa nella luce più divertente possibile, e puoi essere sicuro che al termine della tua frase otterrai in contraccambio una risatina flebile, più o meno sincera.
Ricordo che vomitavo parole come un rubinetto rotto, uno spettacolo pietoso, specie perché non stavo certo comunicando con lei, no, in realtà era come se ci fosse un altro me, che mi guardava da fuori e si compiaceva di quel mare di puttanate che sparavo senza pudore alcuno. Era un teatro delle marionette dove facevo la parte del critico: come avrei parlato di questa situazione, in futuro? Come l'avrei descritta? Avrei detto agli amici rimasti in Italia: vispa come un ovino che bruca l'erba degli Appennini. Mi faceva incazzare quel pensiero, lo sentivo dentro di me, da qualche parte, coperto solo in parte dalle parole, ma che scalciava nella mente, come un mostro da abortire... ma come? Questa Olga era una fanciulla carinissima, uno di quei tipi per cui qualsiasi uomo italiano cederebbe al volo il proprio conto corrente, ma proprio senza alcun pensiero, tuttavia, per me continuava ad avere la consistenza di un ectoplasma: era un pozzo in cui le mie parole tintinnavano come monetine tristi e lentamente si adagiavano sul fondo. La sua placida espressione animalesca non avrebbe subito la benché minima variazione di tono se invece di raccontarle qualche fatto ridicolo della mia adolescenza, le avessi raccontato in lacrime che avevo ancora cinque giorni di vita a causa di un tumore fulminante alle palle, e che il mio ultimo desiderio prima di entrare nel regno dei cieli era che lei si lasciasse fottere sul bancone con una rosa rossa in bocca e delle calze rosa lunghe fino al ginocchio. E io volevo che mi mostrasse un po' di vita, cazzo, che mi raccontasse qualcosa di lei, che mi facesse una faccia da stronza, che mi dicesse che sono un pagliaccio ed un poveretto, che fosse una terrorista islamica, che nascondesse una cintura di dinamite sotto il vestito, che avesse intenzione di far saltare in aria in locale, che avesse un passato da suora di clausura, che facesse riti satanici, che avesse tatuato un verso dell'Apocalisse sull'aureola del capezzolo destro, che divorasse il partner dopo l'amplesso, che studiasse gli usi e i costumi dei Farsi, che fosse una campionessa mondiale del lancio del giavellotto, che passasse le giornate sdraiata sul tappeto a guardare il muro... qualunque cosa, Cristo Santo! Ed invece l'unica cosa che riusciva a dire era: you are mad, a volte nella variante you are crazy, e questo solo perché le spiegavo che avrei preferito un milione di volte visitare la gelida ed inaccessibile Murmansk, piuttosto che la melliflua e puzzolente Venezia. 
Ero stanco e annoiato: le risposi che era proprio una ragazza arguta e che sì, ci aveva preso in pieno, ero proprio mad, ma nel vero senso della parola, prendevo psicofarmaci da qualche settimana perché soffrivo di un male incurabile: disturbo bipolare. Ovviamente non avrei potuto bere quel Coca-Ballantine, ma... la realtà era che ero pure un alcolizzato, non ne potevo fare a meno e non sapevo resistere. Il soffice profumo del whisky mi inebria come il profumo dei tuoi capelli
Olga aveva smesso di ridere: un velo di preoccupazione offuscava i suoi occhi. Si era fatta improvvisamente bella.
Presi ad azzannarla sul collo, vicino alla carotide. Poi le strizzai forte il braccio destro, come si fa con uno straccio sporco. Volevo vedere di che colore avesse il sangue. Prese a gocciolare acqua torbida.

Il Maestroni era ormai di ritorno dalla ronda nell'altra stanza: gli dissi in italiano di sostituirmi con la nostra Heidi: era tempo di cambiare l'acqua al pipistrello.
E di prendere le mie pastiglie.

27 marzo 2011

The Columbus Effect

Doveva essere ormai già mezzanotte. Le stradine aguzze di Kitaj Gorod brulicavano di persone che inciampavano, imprecavano, limonavano, bevevano, fumavano, e branchi di taxi bianchi più o meno ufficiali e Lada cigolanti poco raccomandabili attendevano con il motore acceso fuori dai principali locali, in attesa di flussi d'uomini presi dall'ansia angosciante di rendere degna quella serata e autoconvincersi così di sentirsi vivi e tornarsene nel letto soli come vermi o con qualche pezzo di carne calda raccattato a qualche angolo della strada: l'aria era satura di smog pestilenziale, gioia di vivere e nera disperazione, ed io respiravo a pieni polmoni, ed a ogni respiro ringiovanivo di quarant'anni.
Tagliamo dentro per un vialotto oscuro, attratti da una masnada di figuri vestiti con colori sgargianti, e per puro caso ci ritroviamo proprio di fronte al Propaganda: di fronte ai soliti scimmioni d'ordinanza che come Caronti moderni decidevano chi fosse degno di portare i flaccidi culi all'interno del locale, si stendeva un lungo serpentone di folla, così lungo che avrebbe fatto desistere dalla voglia di entrare Arthur Fonzarelli: ma cosa è qualche minuto di coda per noi, garibaldini esteti del nuovo secolo? Ci incolonniamo pii e silenziosi, placidi come le pecorelle bianche di Gesù Cristo.





Procediamo lungo la fila ad un andatura da funerale di stato, preso da un raptus di noia accendo di malavoglia una sigaretta e mi sporgo un attimo a guardare davanti, sollevandomi a stento sulle punte:
<< Ma... hai notato che ci sono praticamente solo uomini in fila? E poi, come cazzo sono vestiti? Sembrano usciti da un video dei Village People >> Faccio al Maestroni che mi era di fianco.
<< Se ci sono tanti uomini in fila, significa che ci sono tante fiche dentro: quando i branchi di acciughe si spostano, i pescatori fanno a botte per prendere il posto in prima fila. La Natura applica continuamente gli stessi schemi, l'ho sentito ieri su Discovery Channel, caro Claudio. >> Replica lui, serio come un frate cappuccino.
<< Ma che acciughe vuoi che peschino con questi canottoni e queste pettinature alla Diego Della Palma? >>
<< Ah, ma Claudio, dovresti saperlo ormai che i russi sono pazzi, no? Sarà qualche festa alternativa o non so che cazzo, meglio così, con le nostre scamiciate l'effetto Cristoforo Colombo, garantito. Perché mi guardi così? Non ti ho mai parlato dell'effetto Cristoforo Colombo? Ah no, cazzo, ovvio che no, l'ho formulato giusto l'altra sera, ti interessa? E' una storia un po' lunga e sai che io racconto un po' col culo, la vuoi sentire? >>
<< Ci mancherebbe altro. >>
<< Sai, stavo guardando non so che siti e mi si è aperta una di quelle troiate dove puoi selezionarti una puttana per altezza, peso, taglia di reggiseno, special skills, vicinanza alla metro tal dei tali e cose del genere e insomma, ci perdo un po' di tempo, mi guardo un po' di foto, e mi sale un po' di foia, mi dico: “affanculo,che male c'è?” e vado sulla categoria Ebony... ci si annoia a star sempre in mezzo a queste bionde del cavolo, non trovi? Sai che non sono un grande amante del mercato del sesso, ma dove la trovavo una nera così, rapidamente, giusto per togliermi lo sfizio? Mica la trovavo al bar di sotto. Che ne pensi? Non guardarmi così, dì qualcosa stronzo. >>
<< Quello della puttana è il mestiere più nobile del mondo, più dell'eremita buddista, del pescatore di salmone e del mandriano di pecore, perché non è facile vendere amore in questo mondo pieno d'odio. Se fosse per me, io le canonizzerei tutte all'istante e le metterei a capo di ogni governo e di ogni religione, ed il mondo sarebbe un mondo incredibilmente migliore e più sano e paradossalmente, anche più moralmente corretto. Le puttane sono le sante del nostro tempo, amico mio. Ma va' avanti, ti ascolto, è questo l'effetto Cristoforo Colombo, tu che vai con una nera? >>
<< No, cazzo, non correre. Quella poveraccia in realtà non c'entra quasi nulla, o meglio, c'entra, ma indirettamente... Insomma, niente, la chiamo, ci accordiamo sul prezzo, ed in trenta minuti me la trovo sotto casa... solo che mi era già passata. >>
<< Cosa ti era già passata? >>
<< La voglia di farmi una nera, cristo santo, mi conosci... ma cosa ci potevo fare? Non potevo certo cacciarla via così, senza darle una lira, ho un cuore anch'io in fondo, e poi che ne sai che cristo succede in questo postaccio, meglio non avere casini con certa gente... niente, entra in camera, vuole che la pago in anticipo, tiro fuori non ricordo manco più quanti rubli, li mette nella borsetta e si spoglia, in un secondo è completamente nuda: era proprio una gran bella montagna di carne... una pantera... ah, è banale descrivere una nera come una pantera, vero, grande scrittore? >>
<< Un po'. In quei casi io consiglio sempre di mettere qualche aggettivo a caso, che so, dì “una voluminosa panterona del Borneo”, o qualche altra regione sperduta, in effetti anche il Borneo è piuttosto inflazionato... comunque chi cazzo se ne fotte, vai avanti, non sono mica la Grena >>
<< Buona questa, non sono mica la Grena. Insomma, con tutto quel ben di dio di fronte a me, era tornato a prudermi il bischero, lo ammetto. Pareva proprio bella sugosa e non aspettavo altro che mi rampasse sopra... macché oh. Ci crederesti? Questa non era una di quelle puttane ubbidienti o una di quelle capre ubriache da Tema Bar, questa prima voleva che fossi io a scaldarla un po', mi segui? Mi piaceva questa novità, mi piacciono le donne di personalità: ho ingoiato due mentine che tengo sempre sul tavolino per il vecchio “effetto-Alaska”, ed ho preso di buona lena a scriverle il caro alfabeto dei sordomuti e ad analizzarle un po' i pistoni interni... amico mio, dovevi proprio vederla! Ah, ma che spettacolo! Era tanto nera fuori quanto rosa dentro, pareva uno di quei porcellini dei cartoni animati, perdio, ero così su di giri che non so come abbia fatto a non scoppiare a ridere, così, con il testone in mezzo alle sue gambe! L'ultima volta che ero stato così felice doveva essere la prima volta che miei mi portarono a Gardaland. Era in quel momento, credo, che mi è venuto in mente Cristoforo Colombo... mi sentivo un esploratore, sì, proprio un esploratore: anzi, ero Cristoforo Colombo, ci mancava solo che mi mettessi a parlar spagnolo.. era spagnolo, no? O forse era solo partito dalla Spagna, che cristo ne so... Pensa all'effetto che deve aver avuto lo sbarco degli europei su quelle povere fiche pellerossa... ne devono essere state mortalmente attratte, almeno agli inizi, credo. Siamo sempre attratti da ciò che è lontano da noi, e solo col tempo scopriamo che ciò che tanto ci attraeva inizialmente non è altro una variazione di tono di una stessa nota, tutto qua... e stavo andando anche oltre, sai? Stavo rifondando l'intera storia dello sbarco europeo in America. Pensavo che può anche darsi che la penetrazione - scusa, termine sbagliato - europea sia stata facilitata dal fatto che queste indiane non desideravano altro che farsi montare da quei bastardi d'invasori, tutto qua, altro che guerre, pestilenze, e tutto quell'altro mare di stronzate che siamo costretti a subirci da bimbi, solo perché ci vogliono tenere nascosto il più a lungo possibile il mistero del sesso... che ne pensi, ti piace?
<< Mi piace molto. Senza dubbio morire scopando è una morte assai più gloriosa che morire a causa di un raffreddore, come dicono tutti quei noiosi libri di storia.
<< Esatto, sono pienamente d'accordo. E vedrai, l'effetto Cristoforo Colombo succederà anche qui: le alternativelle che ci stanno aspettando dentro il locale sono le nuove troie pellerossa, e noi, noi indovina un po' chi siamo? >>
<< Noi siamo un branco di coglioni e tu sei sbronzo. Ma quanto cazzo manca per entrare? E comunque, com'è finita con questa pantera? Le hai controllato pure se avesse delle carie sui denti? >>
<< Le ho detto di rivestirsi e di andarsene, senza neppure calarglielo. Come potevo? Avevo un tale fuoco spirituale dentro che temevo che se l'avessi tamponata ne avrei perso la metà. Sai come sono le donne. Ti divorano l'anima, se sono davvero donne. >>
Non ci avevamo fatto caso che davanti a noi stavano due affascinanti creature. Una di loro, la bionda di destra, si voltò di colpo, come fulminata, e dal niente esclamò:
<< Siete turchi, vero? >>

24 febbraio 2011

Ultimo tango a Kitaj Gorod

Vengo presentato a due loschi figuri: questa era la sorpresa annunciata, non puttane d'alta classe, ma due talebani in carne ed ossa. C'è un saudita, di nome Sultan, magro come un giunco, sui vent'anni, slanciato e giovanile, dal volto simpatico e dai capelli setolosi, ed il compagno di camera, Said l'iraniano, di età ignota ma potenzialmente sopra i trenta, vestito come un ingegnere sudato appena uscito dalla palestra, basso, tarchiato, pacioso, dai capelli unti e dagli occhi che si aprivano come lanterne non appena vedeva passare una femmina, occhi bianchi e giganti, come un pesce palla. Un iraniano ed un saudita: stento a crederci. Neppure nel migliore dei miei sogni. Mi vengono in mente un sacco di domande da fare al buon Said, ma decido di aspettare un attimo... ci voleva un minimo di confidenza, prima.

23 febbraio 2011

Cose degli ultimi tempi

RADIOHEAD - THE KING OF LIMBS
E' sempre complicato parlare di un grande nome: da una parte ci stanno i fan disperati che sbrodolerebbero di gioia pure per un album fatto coi fischi di Yorke mentre si lava le ascelle, dall'altra ci sta tutta una kritikina anti-alternativa pronta a spalare merda appena qualcosa fa presa oltre le quattro mura dei propri scantinati tapezzati di poster di gruppi post-rock indogiapponesi. Noi, che rispettiamo tutti - ci mancherebbe - diciamo semplicemente che quando il disco finisce, se non fosse per Codex, la voglia di schiacciare di nuovo play è davvero poca.



LYKKE LI - WOUNDED RHYMES
Pur non amando un certo modo autocompiacente di porsi della bella svedesina, da io sono un'artista con la A maiuscola molto sensibile e che conosce molto bene le emosioni dei giovani d'oggi, che puzza un poco di posa per attirare lo stuolo di ragazzine interrotte di ogni angolo del globo,  Lykke Li fa tre passi da gigante oltre il primo album - che si reggeva su tre pezzi ottimi ed una monotonia di contenuto - e butta fuori una bomba che prenota da subito un posto nella top ten di fine anno.



THE BUG - LONDON ZOO
Musica per un bunga bunga notturno nel cuore della foresta amazzonica, accerchiati da pire che bruciano cadaveri giamaicani intrisi di marijuana e donne con culi giganti stretti a fatica in gonnellini di canapa indiana.




BURIAL - UNTRUE
Forse nel 3050, quando William Bevan avrà finalmente il posto che si merita, vicino a Ludwig Van Beethoven ed Antonio Vivaldi, il mondo finalmente capirà il valore del miglior disco della storia della musica moderna.

18 febbraio 2011

La celeberrima sparizione del Cardinetti, The End

Si dovevano essere fatte le sei, la temperatura era diventata molto più accettabile, tirava una lieve brezza che mi scarmigliava la folta criniera da Eroe Del Nostro Tempo e la mia febbrile eccitazione stava lasciando spazio ad una placida tranquillità: il cellulare continuava a vibrare, ormai il Maestroni doveva aver perso ogni speranza di ritrovare l'ex compagno di liceo ancora vivo.
Ci spostammo nella zona est del parco, dove si era riunita un capannello di persone per assistere a qualche esibizione di musica folk... una masnada di musi scuri vestiti in abiti variopinti scuotevano gioviali i loro culi snelli: dedussi che dovevano essere kazaki, o giù di lì. Anna Tudanova mi chiese come li trovavo: la musica in sé faceva piuttosto pietà, ma i loro volti vispi e l'amore che mettevano in quella esibizione di folklore nazionale era piuttosto trascinante.
<< Sono bravissimi >>. Le dissi con convinzione.
Restammo lì per una mezz'ora buona. Forse abozzammo pure qualche passo, ma la musica folk caucasica è un po' troppo persino per un Barijshnikov come il Cardinetti. E poi la mia semisbronza stava cominciando ad evaporare: iniziavo a sentire i morsi della fame... ma il tour preparatomi da Anna Tudanova non era ancora finito. Ci spostammo su una sorta di lungolago prossimo all'uscita. Devo aver maledetto l'intero Pantheon cristiano.

Ci sedemmo su una specie di muretto. Mi teneva ancora le mani nelle sue, ma forse era solo perché era preoccupata che cascassi di nuovo da qualche parte. Mi ricordai di Samantha, la mia prima fidanzatina che conquistai a furia di offrirle caramelle, l'angelo che a undici anni mi spiegò che le coppie si tengono la mano in un modo speciale: intrecciate. Un dito mio, un dito tuo, questo è il segno dell'amore. Io pur di far scattare il primo limone della mia onoratissima carriera da tonno rio mare me l'ero bevuta alla grande ovviamente, e me ne sarei bevute anche di peggiori se solo ne avesse sapute,  ed a tal punto pendevo - letteralmente  - dalle sue labbra, che devo aver fissato quelle ditine tozze, come un pio pellegrino la Madonna di Lourdes, e non mi devo esser lavato la mano per interi secoli. Questa Samantha era bella come uno spirito silvestre e ci amavamo un sacco, ma poi io feci lo stronzo, preferì i Pokemon ai suoi riccioli neri ed ai suoi ditini intrecciati, ed ora se mi incrocia per strada,  neppure mi saluta. E' proprio vero che certe donne non dimenticano facilmente, specie se hai spezzato il loro fragile cuoricino poco prima del menarca.

Anna Tudanova attaccò a parlarmi dei suoi progetti futuri, un argomento interessante come la politica italiana, con il suo solito modo di fare, estroso ed espansivo come un vulcano: voleva andare a studiare giornalismo in Germania e poi chissà, Sudamerica? Questa Anna Tudanova doveva avere qualche milione di dobloni d'oro nascosti sotto il lettuccio, senza dubbio. Io ero un pezzente tale chenon avevo manco i soldi per permettermi di mettere il formaggio nella kartoshka, e questa troia mi parlava della cordigliera delle Ande... mi stava venendo il mal nero: alla prossima chiamata del Maestroni avrei risposto e me ne sarei andato.

<< E tu invece cosa vuoi fare da grande? >>
<< Voglio andare sulla Transiberiana >>
<< E come mai? >>
<< Perché era il sogno di mio padre. E poi perché mi piacciono i treni >>
<< E basta? >>
<< E basta. Il resto è affidato al caso, non c'è bisogno di preoccuparsi >>
<< Non ti seguo >>
<< Hai mai sentito la frase: ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo? >>
<< No, di chi è? >>
<< Non importa >>
<< Tu scrivi? >>
<< No >>
<< E perché? >>
<< Perché non c'è più nulla da scrivere. E poi scrivono solo i frigidi della vita >>
<< Cosa vuol dire che non c'è più nulla da scrivere? >>
<< Vuol dire che dovremmo leggere più Dostoevskij e meno libretti d'istruzioni dei medicinali >>
<< Credo che dovresti scrivere... scrivere che non c'è più nulla da scrivere >>
<< Sì, peccato che lo abbiano già fatto >>
<< Sei un ragazzo intelligente, sai? >>
<< Non è assolutamente vero, fidati >>
<< Una persona intelligente non dice di esserlo >>
<< Allora devo essere l'eccezione che non conferma la regola >>

Mi guardava con gli occhi a cuoricino. Era uno spettacolo ributtante. Sembrava che si fosse fatta pure più grassa, nel frattempo.

<< Un giorno ritroverò questo discorso da qualche parte >>
<< E' probabile. Ormai basta avere il pollice opponibile per essere pubblicati >>

Mi chiama di nuovo il Maestroni. Questa volta rispondo. Mi aspettano a Kitaj Gorod, la cittadella cinese, e c'è una sorpresa per me. Avrà di sicuro assoldato qualche puttana di quelle che piacciono a lui, le frangettone vagamente elefantiache. Gli dissi che ci avrei messo mezz'ora per raggiungerlo, ma che assolutamente dovevo mangiare qualcosa... ed inoltre non avrei tirato di nuovo fino a mattina, no. L'amico Maestroni dice di non preoccuparsi, e che sarà una serata tranquilla: questo tanto bastava per preoccuparmi terribilmente.

Mi congedo da Anna Tudanova con la grazia ed il disincanto di un cherubino alato, ma la fanciulla è molto preoccupata che io mi possa perdere nella grande capitale ed insiste per accompagnarmi di nuovo fino alla metro... è seriamente stupita da come io mi possa orientare in una metro così gigantesca, e mi tocca prometterle di mandarle un messaggio appena arrivo a casa, manco fosse mia madre. Io ero in uno stato tale che le avrei promesso pure di scriverle un intero romanzo di formazione in endecasillabi sciolti, pur di liberarmi di lei al più presto.


Arriva il vagone, l'acre odore delle rotaie che sale, il mare di gente che esce, qualche ubriacone che entra, mi siedo vicino ad un vecchio bavoso che ronfa, la voce elettronica dice qualcosa, le porte si chiudono, muovo la manina, ciao ciao, Anna Tudanova, apro e chiudo il pugno, apro e chiudo il pugno.

11 febbraio 2011

La celeberrima sparizione del Cardinetti, part.2

Camminammo per una decina di minuti. Credo di aver visto almeno un centinaio di fontane, ognuna con un proprio caratteristico getto d'acqua che andava a formare un qualche ritmo classico o che so io. Le mie gambe andavano avanti per inerzia, come spinte dal continuo cicalare della buona Anna Tudanova: avevo già ormai perso il filo del suo discorso, ed erano passati solo dieci minuti da quando avevamo varcato il cancello d'entrata. Non era una cosa positiva. Camminare con questa ragazza era come camminare con dei campanellini attaccati alle caviglie: ad ogni passo qualche parola nuova cascava nell'aria e tintinnava per ore nei sottofondi della memoria.
Ricordo che mi mostrò il più vecchio albero di tutta la Russia, una roba maestosa che si ergeva solitaria in mezzo ad un prato curato come un campo di golf, così enorme che gli altri alberi parevano essersi spostati dalla vergogna. Mi spiegò come si faceva a contare l'età degli alberi: evitai di dirle che lo sapevo di già perché pareva tenerci molto a quella spiegazione botanica.

Ricordo poi che ci imbattemmo in un milione di cortei nuziali: le spose erano tutte bellissime, come angeli bianchi inciampati giù dalle nuvole. Gli sposi lo erano un po' di meno, ma volevo bene pure a loro. Io speravo che almeno quella visione calmasse i suoi bollenti spiriti, perché di solito le donne quando vedono i matrimoni si emozionano e fantasticano e sognano ad occhi aperti e fanno tutte quelle manfrine da donne, ma la mia Anna Tudanova non era una donna di quel tipo, o meglio, lo era, ma agli schiamazzi ed ai gridolini ed agli strattoni, la mia Anna Tudanova pensò bene di cospargere il tutto con accuratissime spiegazioni rigurdanti l'iter tradizionale del matrimonio ortodosso, con parentesi sui riti minori di influenza greco-bizantina e le somiglianze e le differenze con le pratiche tribali delle popolazioni della Nuova Guinea. E sapeva pure di architettura e di simbologia religiosa, questa Anna Tudanova: mi spiegò con piena dovizia di particolari il significato dei colori di ogni cupola di ogni chiesa ortodossa mai costruita sull'intero territorio russo, da Pskov a Vladivostok. Io ero così malleabile e buono che se anche avesse iniziato a parlarmi delle geometrie non euclidee o dell'affannosa ricerca dei vestiti durante i saldi, avrei fatto la stessa faccia molto interessata.
Le proposi di sederci su una panchina. Il flusso di persone era cospicuo e mi andava di osservarle.

<< Allora sei qui con altri italiani? E dove andate di sera? Vi divertite? Ah, chissà quante ragazze vi saltano addosso appena sentono che siete stranieri... qua è così, sai? L'hai notato? E non dire di no per paura di offendermi... io lo so >>

A me non son mai piaciuti questo tipo di discorsi razzisti, specie perché sono cose che succedono in ogni paese, anche in Italia la donna viene irrimediabilmente e naturalmente attratta più da un Cayenne  con i cerchi in lega tempestati di diamanti sudafricani che da una Mazda simil Fiesta del 1984 che si accende dopo quattro tentativi, per poi spegnersi dopo dodici metri di strada mica solo in Russia, ed anzi, se proprio si accettava questo discorso, perlomeno qua il mercimonio amoroso si fondava su basi meno ipocrite e velate.

<< Guarda, in realtà siamo tre sfigati che sembriamo più dei terroristi di Al-Qaeda piuttosto che i Marcello Mastroianni del duemila... a me non sembra proprio che sia come dici tu, ma certamente tu devi saperne più di me... io credo che, più semplicemente, le persone, sia uomini che donne, siano, come dire, incuriosite, dal fatto che non siamo di qui, ma di una nazione che, vista da fuori, è probabilmente la più bella del mondo, almeno secondo la concezione tradizionale... però vedi, è la normale routine delle cose... voglio dire, se ti facessi scegliere la più brutta ragazza di Mosca e la catapultassimo in un locale italiano, ti assicuro che tutti i lumaconi del posto le sarebbero addosso, solo per il fatto che il suo elemento esotico la rende mille volte più interessante di una normale ragazza italiana... ma sicuro sicuro >>
Anna Tudanova non sembrò molto convinta della mia spiegazione.
Il discorso andò avanti per un po', sempre su queste linee. Mi sentivo un po' ridicolo ad ergermi a ruolo di difensore della dignità russa, ma ormai avevo iniziato e non potevo più tirarmi indietro, proprio per una questione di principio dialettico, anche se io stesso non ero esattamente così certo delle conclusioni a cui stavo tendendo. Infatti non posso più dire come si risolse la questione, ricordo solo che ogni tanto mi interrompeva dicendomi: << Oh, ma come parli bene! >>, la qual cosa mi imbarazzava un sacco, specie perché stavo parlando come un venditore del pesce di Pomigliano D'Arco.



Dopo questa discussione, credo che le uniche parole che pronunciai per una buona ora furono quando la discreta Anna Tudanova mi chiese: << Ma se ti dovessi perdere, qui, in questo posto e-norrrrr-me, riusciresti a chiedere a qualcuno le indicazioni per uscire? >>
Per chi mi aveva preso, questo disgraziato Cerbero in minigonna? Le sputai fuori qualche parola senza alcun rispetto per i casi e per la consecutio temporum e le venirono gli occhi a cuoricino. << Ma come sei dooolce quando parli in russo, Claaaudio! >> Non capivo se mi stesse pigliando per il culo. Certamente lo stava facendo.

Dopo di ciò, la feconda prosciuttona Anna Tudanova partì con una violentissima tirata autobiografica su tutta la sua esistenza, passata, presente e futura. Iniziò raccontandomi i primi anni '90, anni di grande povertà dopo l'uscita dal comunismo, mi raccontò della fila per prendere il pane e della miseria imperante, delle strade sporche e piene di orfanelli, della gente non usciva di sera per paura di subire violenze e della mamma che lavorava giorno e notte per guadagnare quattro rubli in croce ed assicurare così un futuro a lei... Quelli erano racconti che mi piacevano molto: erano immagini forti, e lei li raccontava bene, con belle pennellate espressioniste di parole... aprii la bottiglia di birra e buttai giù qualche sorso, così, giusto per rinfrescarmi il gargarozzo. Ormai avevo capito che dovevo starmene zitto come uno sgombro del delta del Po a sorbire tutto il suo bildungsroman, per cui decisi di mettermi più comodo: spostai le gambe in modo che non toccassero più il suolo, direttamente sulla panchina, così da poterla guardare negli occhi mentre raccontava quest'esaltante popea tudanoviana, senza girare il collo di settecentoventidue gradi ad frase, che erano davvero moltissime. Mi pareva sgarbato non farlo.

Gli anni volavano, pesanti come aironi imbrattati di petrolio: aveva la straordinaria capacità di riassumere un anno di esistenza in massimo trecento parole, virgole e punti esclamativi esclusi. Dovevano essere le tre spaccate di pomeriggio: il sole assassino batteva forte sul mio testone nero, ed in più non mi facevo la barba da tempo immemorabile... sembrava che il sole battesse solo su di me, un po' come la nuvola di pioggia su Fantozzi. Pensai: devo bere alla svelta, altrimenti la birra diventa camomilla e poi fa schifo e vomito, e con la donzelletta qui faccio una figura barbina e dovrò fuggirmene nella taiga siberiana a pascolare gli armenti per superare l'onta. Bevetti quindi più alla svelta. Eravamo arrivati alle sue scuole medie: gravissimi attriti con una compagna di classe georgiana. Le aveva rubato il fidanzatino, quella sporca troia. Litigi incredibili durante l'intervallo. Esaltanti storie di capelli tirati. Si dibatteva sul primato temporale dei rispettivi menarchi. Avevo mai incontrato delle georgiane? No, non le avevo ancora incontrate. Le georgiane hanno una marea di capelli neri , perlopiù ricci, e si truccano come zoccole, diceva Anna Tudanova. Mi pareva una descrizione davvero molto interessante: non avevo mai pensato alla Georgia come una nazione con potenziali belle donne. La ragazza dell'Ascensore poteva essere georgiana? No-o-o, lo esclusi. Da come mi parlava Anna Tudanova, queste georgiane eran delle specie di terrone più nere della pece. La mia ragazza dell'Ascensore aveva sì i capelli neri (o erano castani? Ancora il suo volto non si materializzava nella mia memoria, c'era solo la sua voce e le poche parole pronunciate), ma era così bella, raffinata ed austera... come una strega di stirpe regale: no, senza dubbio non era georgiana. Celebrai l'esclusione dalla Georgia dal mio mappamondo con un bel sorso di birra. Mi pareva di sentire l'intero percorso delle bollicine dalla mia bocca fino allo stomaco, o fin dove arrivano quei cazzo di liquidi una volta che li butti giù. Dovevo mangiare qualcosa? Avevo dimenticato pure l'idea stessa di mangiare. Il sole bruciava come fuoco nella trachea. Eravamo passati ai racconti del liceo.

Alle superiori persi definitivamente il filo del discorso: avevo strane allucinazioni... C'era una parte di me che pur di farla star zitta aveva cominciato a baciarla, ma proprio di gusto e di passione, come un salmone norvegese, che risaliva la corrente delle sue tonsille ipereccitate, e c'era un'altra parte invece che la prendeva a calci nel culo e la buttava nel laghetto, vicino agli anatroccoli, e poi tornavo sulla panca, mi accendevo una sigaretta, incrociavo le gambe e la guardavo fare qua-qua fra gli anatraccoli. Erano immagini che mi facevano ridere: anche Anna Tudanova rideva. Però credo che ridesse per cose che stava raccontando lei... è difficile dirlo.
Improvvisamente passò a parlare, chissà perché, della Siria, questo me lo ricordo bene. Insomma, pareva che suo padre fosse siriano, o qualcosa del genere, però Tudanova non mi pareva mica un cognome tanto siriano... ma come potevo chiederglielo? Arrivai alla conclusione che dovevo aver perso il pezzo in cui mi spiegava che i suoi erano divorziati e che ora sua madre stava con un siriano. Era sgarbatissimo fare di nuovo accenni su di un argomento così delicato, si capisce... La lasciai parlare. E poi il discorso era già più interessante ed io rientrai un po' in me – non sapevo neppure esattamente dove fosse, questa Siria.
Ora quindi eravamo in questa Siria, nazione dove Anna Tudanova si recava di frequente. Iniziarono una serie di particolari strani: lei in questa grande casa bianca – c'è il sole in Siria, le case sono bianche come in Grecia - e nel cortile questi siriani in motocicletta che le facevano la serenata... non ero sicurissimo di aver capito bene, mi pareva più la trama di un film di Stallone... per schiarmi un po' la mente, ci bevetti sopra dell'altra birra. Mi vibrò il telefono: doveva essere il Maestroni. Ci pensai su un secondo: in effetti non avevo detto a nessuno dove avrei passato il pomeriggio... ma figuriamoci se un gentiluomo come me si mette a rispondere al telefono dinanzi ad una fanciulla. Feci finta di nulla e ci bevetti sopra dell'altra birra: ormai era quasi finita. Era diventata davvero buonissima con il tempo, ed era proprio un peccato che non ne avessimo prese due bottiglie. Sfoderai un  poderoso sorriso jamesdeniano e la invitai a proseguire nell'esaltante racconto.
In Siria c'è una festa: non capisco più se mi stia raccontando la sua vita od un racconto de “Le Mille Ed Una Notte”... Di nuovo i siriani in motocicletta... irrompono da qualche finestra... ci sono le scimitarre ed i veli... lei aveva bevuto un po' e ballava discinta sui tavoli... Ed il sole ora lancia pugnali avvelenati e mi sorride beffardo, come nei disegni dei bimbi... il sole mi squarcia le budella... le persone diventano puffi, Anna Tudanova è Gargamella... vedo blu e viola e i colori dell'arcobaleno tutti... barcollo come una damigiana rotta e quasi cado dalla panca! Ma in un improvviso attacco di lucidità, riesco a metter giù le gambe prima della catastrofe finale.
<< Ma-ma-ma Claudio! Non dirmi che sei già ubriaco! Deve venire ancora il bello! Dai, andiamo a fare una camminata, così ti riprendi! >>
Mi prese di nuovo per mano e mi portò in un'altra zona. Doveva proprio amarmi alla follia.

Se Smerdjakov aveva gli istanti di lucidità pochi secondi prima di un attacco di epilessia, io senza dubbio ho istanti di genio durante una sbronza. La camminata mano nella mano con la sgarzetta mi scaldò l'anima e mi fece riprendere: potevo sempre immaginarmi di stare passando la giornata con la mia Ragazza Dell'Ascensore, in fondo, il mondo è solo la nostra rappresentazione. Mi accesi d'amore e di passione, avevo la lingua di fuoco di Dio calata sulla testa e parlavo meglio di uno zar antico:
<< Anna! Scusami un secondo, fermati un attimo, prima che mi dimentichi... Ecco, così. Volevo dirti, volevo dirti, è così bello qui, dio mio, è così bello che mi viene da piangere! Mi vuoi sposare? Sposiamoci qui, su, perché no? Ah, diamo fuoco al mondo e costruiamone uno nuovo solo per me e te, ti va? Sono un pessimo elemento, lo so, ma sono anche un bravo ragazzo, in fondo... anche tu lo sei, si capisce. Sposiamoci! Voglio i confetti! Ora chiamo tutti i miei amici italiani, prendono un volo ed arrivano tutti qui... lo so! Mi vogliono tutti bene. E lo vorranno pure a te, mia cara! Sposiamoci così... sposiamoci nudi! Nessuno lo ha mai fatto, sbaglio? Nudi, e chi se ne frega! Poi ci buttiamo nel lago e mangiamo le anatre! Hai mai mangiato un'anatra viva, mia dolce Anna? Io no. Non ho neppure mai sposato una donna, se per è per quello... ma tranquilla! Non è mica difficile... Nessuno sa come si ama se prima non ci prova... mica nasciamo con la scienza infusa... Una costinata! Voglio tantissime salamelle... e anche le costine. L'ho già detto? Mi piacciono molto. E litri e litri di vino rosso... Voglio che la gente si diverta... sono stufo di queste facce tristi, Gesu Cristo. Ne avete qui di vino rosso? Ah fa nulla, portiamolo dall'Italia , ah! E la musica, Cristo, la musica! Vorrei tanti violini, per favore. Ti piacciono i violini, Anna Tudanova? >>.

Mi fermai. Mi mancava l'aria. Lei stava ridendo come un'oca, mentre io ero stato serissimo. Ero terribilmente offeso. Mi disse che ero tutto pazzo ed era la birra che stava parlando al posto mio... ma che ero stato fantastico, che dovevo continuare a parlare perché quasi quasi la stavo convincendo... E giù altre risate di pancia. Solo che io sapevo di essere serissimo, e che se solo lei avesse detto un semplice da, io l'avrei sposata, così, su due piedi, senza neppure mezzo pensiero a riguardo. Sì, l'avrei sposata, senza dubbio: dobbiamo pure seguire le nostre passioni, ogni tanto... la vita è così terribilmente corta.

09 febbraio 2011

La celeberrima sparizione del Cardinetti, part.1


Volai di corsa al MGU, presi il regalo datomi da mia madre ed arrivai incredibilmente puntuale davanti alla statua di Pushkin. Aleksandr era fermo immobile in mezzo alla piazza e mi guardava in modo strano. Faceva un caldo terribile. Aleksandr sembrava muoversi dal suo piedistallo. Aleksandr si muoveva. Strabuzzai gli occhi. Non so come feci a non buttarmi nella fontana. .

Anna arrivò con mezz'ora di ritardo. Solitamente mi fanno girare i coglioni le persone in ritardo, ma quel giorno no: avevo le visioni ed ero inspiegabilmente di buon umore. Mi pareva di essere ubriaco senza aver bevuto praticamente nulla. Ed in effetti devo aver letto da qualche parte che le sbronze migliori sono quelle che si raggiungono senza alcol: occorre solamente spingersi a capofitto in una direzione, ad esempio non dormire per quarantotto ore, oppure non alzarsi dal letto per tre giorni interi, oppure bere quattordici litri di acqua, e così via. Ci si può ubriacare di tutto, di vino, di donne, di poesia, è sempre un piacere.

Apparì con un vestito bianco, uno di quelli un po' larghi e svolazzanti che – non sono un esperto, ma azzardo – usano le donne leggermente in sovrappeso. Lo so che si dice che il nero snellisce, ma secondo me anche certi vestiti bianchi lo fanno. Questa Anna, comunque, appariva molto più in carne rispetto alle foto che mi erano state mostrare: doveva essere l'alcol che le stava lentamente distruggendo le membra, poverina.

<< Eh-eh-eh, ma devi essere tu Claudio! Ma che ca-a-a-rino che sei, tutto uguale a tua madre! >> Proruppe lei, baciandomi con voluttà. Il suo abbraccio mi confermò che era proprio una bella prosciuttona.
<< Anche tu sei molto bella, Anna! E che bellissimo vestito che hai! >> Ero sincero, almeno per quanto riguarda il vestito. Sulla sua bellezza non sapevo ancora, dovevo osservarla meglio, ma nel dubbio è sempre meglio fare un complimento in più che uno in meno, almeno credo.

Pensai bene di sbolognarmi subito del regalo: ne fu contentissima, o almeno, così è quello che mi diede a vedere. Con mia grande sorpresa, anche lei aveva un regalo per mia madre, e ciò significava che dovevo passare tutta la giornata con in mano qualcosa: era una situazione molto brutta, sia da vedere che da pensare. In seguito scoprì che il suo regalo era stato evidentemente preparato al momento ed alla rinfusa dopo che io le avevo comunicato per telefono che ne avevo uno per lei, ma quel che conta è il pensiero, no, e poi erano faccende di mia madre, a me poco importava.

Percorremmo giù la Tverskaja fino alla stazione di Teatralnaja. Lì prendemmo la verde in direzione Brateevo. << Ti porto in un posto splen-di-do, mio caaaaro Claudio! >> mi disse Anna, sempre sorridente e giuliva. Ero molto contento: non ero mai stato nella zona sud con la metro verde. Era una linea che ogni tanto sgorgava in superficie, per poi ributtarsi a capofitto nelle oscurità della terra: pareva di essere sulle montagne russe. L'unico problema era che avevo sempre questo regalo fra le gambe che sembrava stessi covando un uovo. Pensavo che se la mia compagna si fosse girata un secondo, avrei potuto buttarlo fuori dal finestrino. Non era un'idea stupida dopotutto. Ero sicuro che non se ne sarebbe neppure accorta.

Ricordo che sulla metro potei parlare. Mi chiese come andavano le cose a casa. Io le raccontavo a grandi linee ed un po' a ritroso, anche perché sapeva già qualcosa, e nel frattempo le studiavo gli occhi: sì, aveva degli occhi buoni... e non era neppure bruttina. Aveva uno strano viso allungato, sulla quale spiccava un naso ladygaghiano. Sì, col senno di poi direi proprio che aveva qualcosa di Lady Gaga, questa Anna Tudanova. La cosa che meno mi piacevano di lei erano i capelli, che erano di un castano spento e senz'anima, ma in generale, era una donna con il suo perché, non priva di un certo grado di fascino.
<< Ma è vero che leggi Tolstoj, Dostoevskij, e tutta quella gente lì? >> Mi domandò lei, cacciandomi le sbardelle indagatrici in faccia.
Per qualche motivo trovai la domanda un po' imbarazzante. Risposi sì di malavoglia.
<< Oh-oh-oh, ma è davvero fantastico! Ma li leggi in lingua originale? >>
<< See, buonanotte... In lingua originale non saprei neppure leggergli il numero delle scarpe >>
Scoppiò a ridere come una bomba atomica. Tutte le persone del vagone si voltarono verso di noi: io avevo ancora quest'uovo di un regalo fra le gambe e parevo Buddha. E poi non faceva neppure così ridere quella cosa del numero delle scarpe.
<< Seriamente, è fantastico... sai, è così strano per me che uno straniero legga i nostri autori e gran parte dei russi stessi non li abbia mai letto... è strano, non trovi? >>
<< Sìsì, E' strano. Dev'essere per lo stesso motivo per cui io sono a Mosca ma non sono mai stato a Roma, per dire. >>
E giù altre risate, tintinnanti come una lavatrice rotta. Quest'Anna trovava divertente ogni minchiata che sparassi.

Arrivammo alla fermata di Tsaritsino.
<< Scendi, su, su, di corsa! >> mi afferrò per la mano e mi trascinò fuori. Tutte quelle confidenze e tutto quel contatto fisico dopo pochi minuti dicevano una sola cosa: la gallinella era già innamorata, non c'era scampo. Don Juan Cardinettos De La Mancha aveva colpito ancora una volta.
<< La conosci, Tsaritsino? E' una specie di Versailles russa, venne costruita nel sedicesimo secolo... o era nel diciassettesimo? Ah, non importa, ah-ah, che stupida, scusami! Non pensare male, su! Mi pare riguardasse Boris Godunov... sìsì, lui c'entra di sicuro nella faccenda! Vedrai che meraviglia! Ci sono un sacco di spose, e di fontane me-ra-vi-glio-se, credimi! Andiamo, andiamo, veloce! Dio, come sei lento! >>
Subito fuori dalla metro ci stava un cancello che delimitava uno spazio davvero infinito di verde, fino all'orizzonte. Anche l'aria sapeva di diverso.
<< Sai, caaaaro Claudio, questo è il posto preferito per i moscoviti per venire a fare pic-nic e cose di questo genere... anche per limonare, certo, ah-ah! E' bellissimo, non trovi? Ah che stupida, ma ancora non si vede nulla, non dire niente, non dire niente, aspetta! Ah, ma perché non prendiamo anche noi qualcosa da bere? Ci verrà sete tra poco, non trovi? Sìsì, lascia fare a me, vieni, su, veloce! >>
Io non potevo proprio materialmente dire alcuna parola, neppure se lo avessi voluto. Quest'Anna metteva sì qualche punto di domanda nelle sue parole, ma non lasciava il tempo per lasciare all'interlocutore la possibilità di rispondere. Ma prendere qualcosa da bere mi parve subito un'ottima idea: da quel sorso di Stolichnaja sul treno era passato troppo tempo.

Entrammo nel solito produkty decadente d'ordinanza. C'erano patate a tutto spiano. I commessi stessi parevan fatti di patate. Montagne di patate di ogni dimensione e forma... Il mondo era diventato una patata. Stavo diventando pazzo? Probabile... Mi piaceva l'aria che si respirava, in quel produkty. Le addette al reparto macelleria tagliavano con lentezza mortifera fette di manzo sanguinolente, che cascavano con un tonfo sordo e venivano rapidamente impacchettate, e non una ruga si muoveva sui loro volti di carta vetrata.  Qualche ubriacone arraffava distrattamente lattine di birra da sessantasei centilitri, bofonchiando maledizioni dai loro denti di carbone. Una bimbetta con i capelli d'oro afferrava con difficoltà delle caramelle colorate... La mia Anna si muoveva sicura come un cane da tartufo. Afferrò un bottiglione di plastica di colore marrone e delle patatine al gusto di pollo fritto.
<< Questa birra è de-li-zio-sa, credimi! Ah ma che stupida, certo che ti va un po' di birra, voi italiani non bevete solo birra? Ah no scusa, mi ero confusa, voi bevete vino rosso, sì? Comunque hai sete, sì, la prendiamo? E' buo-nis-si-ma! >>
Anni ed anni di convinzioni che la birra in bottiglia di plastica fosse quella dei barboni della stazione ridotti in cenere. Sorrisi. Chi tace acconsente, no?

Armati col nostro bottiglione di plastica di birra e di deliziose patatine al gusto di pollo fritto, varcammo i cancelli d'entrata. Dopo cinque minuti di camminata in qualche specie di forestone con alberi secolari ed appuntiti, il panorama si schiarì un poco: era veramente un posto magnifico, una delle cose più impressionanti che abbia mai visto nella mia vita - s'intende, dopo il porno della grassona vestita con un costume da balena montata su di un peschereccio.
Era un andirivieni di declivi e dolci pendii e fontane bianche che sprizzavano acqua in cielo che ricadeva in mille frantumi rinfrescando l'aria tutta, e c'era pure una specie di laghetto con un'isola in mezzo e nugoli di anatroccoli grossi come pugni, ed alcune barchette intorno che sprizzavano amore da ogni asse, e palazzoni barocchi di quelli che pensavi esistessero solo nei libri... faceva davvero venir voglia di innamorarsi. Ma di chi? Pensai che un giorno avrei dovuto portare la Ragazza dell'Ascensore. Era una promessa che mi facevo con me stesso... Non potevo certo farla a questa Anna Tudanova.